XXVI Domenica del tempo ordinario – Anno A (Mt 21, 28-32)
Il brano si colloca nel tempio di Gerusalemme, all’indomani dell’ingresso messianico e della disputa sull’autorità di Gesù. Infatti, il brano che precede (Mt 21,23-27) racconta che nel tempio Gesù è attorniato dai sommi sacerdoti e dagli anziani del popolo, che non lo accettano e cercano quindi di contrastarlo, poiché presenta un volto di Dio diverso, quasi estraneo alle loro categorie. I sacerdoti e gli anziani del popolo gli chiedono con quale autorità egli insegni e operi guarigioni. Come spesso accade, Gesù pone loro una domanda, chiedendo se il battesimo di Giovanni provenisse dal cielo o dagli uomini. I sommi sacerdoti e gli anziani si rifugiano in un prudente «non lo sappiamo», e Gesù replica: «Neppure io vi dico con quale autorità agisco» (Mt 21,27).
Il brano di questa domenica si basa su una breve parabola. Un padre chiede ai suoi due figli di andare a lavorare nella vigna. L’uno si rifiuta, ma poi si pente e ci va; l’altro acconsente a parole, ma poi non si reca nella vigna. I sacerdoti e gli anziani, interrogati da Gesù su chi dei due abbia compiuto la volontà del padre, ammettono che sia stato il figlio che, di fatto, si è recato nella vigna. L’allusione al comportamento dei sacerdoti e degli anziani è evidente: onorano Dio a parole, ma nei fatti non fanno la sua volontà. Per questo Gesù conclude dicendo una parola dura: «I pubblicani e le prostitute vi precedono nel regno di Dio».
Ritorna, qui, il riferimento a Giovanni del brano precedente. I pubblicani e le prostitute hanno creduto in Giovanni, mentre loro no; implicitamente, quindi, Gesù sta dicendo loro che non credono neanche in lui.
La fede non si misura sulle parole pronunciate – professioni, promesse, liturgie verbali – bensì sull’agire concreto che le realizza. Ciò che conta non sono le dichiarazioni di fede ma il pane condiviso, l’ospitalità offerta, la sete placata. Il primo figlio, che dice «non ci vado» e poi si pente (metamelētheis) e obbedisce, incarna la possibilità sempre aperta della conversione: il “no” iniziale non è la parola definitiva su di lui; il suo pentimento, è vera teshuvà, ritorno che rimette in cammino. Di contro, il “sì, signore” pronunciato dal secondo figlio, privo di seguito, ricorda l’obbedienza rituale, senza cuore, che i profeti denunciano.
L’espressione «via della giustizia» con cui viene qualificata la predicazione del Battista (v. 32) non indica un’esigenza morale astratta, ma l’irruzione stessa del regno di Dio nella storia: coloro i quali vi hanno creduto – pubblicani e prostitute, i “figli” che avevano detto no con la loro vita – sono già entrati in quella via; chi si è sempre professato osservante ma non ha creduto alla novità di Dio resta fuori. Il giudizio di Gesù non abolisce la Legge, ma smaschera l’illusione di una religiosità fatta di sole parole giuste.
Dobbiamo riconoscere che il nostro comportamento rischia spesso di pendere verso un’osservanza formale, che non incide sulla nostra vita e sulle nostre scelte. La stessa Chiesa vive costantemente questa tensione tra il “dire” della celebrazione e il “fare” della vita: la liturgia non è mai autosufficiente, essa rimanda sempre al servizio del fratello, pena lo svuotarsi in pura forma. Il culto autentico è quello che, come il primo figlio, si lascia correggere dal pentimento e passa dalle parole ai gesti.
La parabola, dunque, è un invito rivolto a ciascuno: nessuno dei due atteggiamenti esaurisce l’uomo, ognuno porta in sé entrambe le possibilità. Il Vangelo chiede di lasciarsi convertire dal “no” pronunciato per diventare, nel concreto della vita, quel “sì” che il Padre attende nella vigna.