Meditazioni e commenti alla Parola

XXVIII Domenica del tempo ordinario – Anno A (Mt 22, 1-14)

Il regno di Dio costituisce il motivo centrale della predicazione di Gesù. Egli, servendosi di molte parabole, ne svela gradualmente i misteri.

Al tempo di Gesù si favoleggiava sul Gan Eden; veniva immaginato come un sontuoso banchetto (Is. 25, 6-10) di grasse vivande al quale veniva servito il vino conservato nel grappolo da sei giorni della creazione. Secondo i rabbini, nell’Aldilà il Santo, il Benedetto avrebbe disposto una danza per i giusti nel Gan Eden sedendo in mezzo a loro che lo additavano dicendo: “Questo è il nostro Dio, lo abbiamo atteso, godremo della sua salvezza”.

È questo lo sfondo culturale in cui si colloca la parabola del Vangelo di oggi. Da notare subito il cambiamento di prospettiva: il regno predicato da Gesù si trova nell’Aldiquà; è la condizione nuova in cui entra chi accoglie il Suo Spirito, chi crede nella proposta di felicità, chi si fida delle beatitudini.

La parabola è caratterizzata da un’atmosfera di festa e di gioia, ci sono però due momenti drammatici: una città in fiamme che rievoca la distruzione di Gerusalemme nel 70 d.c., e nell’epilogo un malcapitato gettato nelle tenebre.

La festa di nozze è l’immagine biblica dell’incontro d’amore tra il Signore e Israele; lo sposo è Gesù e la sposa l’umanità intera perdutamente amata da Dio nonostante tanti aspetti poco attraenti (odio, guerre, lacrime innocenti); il banchetto rappresenta la felicità dei tempi messianici: chi accoglie la proposta del Vangelo ed entra nel regno di Dio fa l’esperienza della gioia più autentica.

I servi che hanno l’incarico di portare l’invito sono divisi in tre gruppi: i primi due rappresentano i profeti del Primo Testamento fino a San Giovanni Battista che hanno svolto il compito di preparare Israele ad accogliere lo sposo Gesù senza aver avuto successo; il terzo gruppo indica gli apostoli e i risultati di questi ultimi sono migliori. I primi invitati non accolgono l’invito, sono già sazi, sono le guide religiose soddisfatte della loro struttura religiosa che offre sicurezza davanti agli uomini e davanti a Dio. Gli invitati raccolti lungo le strade e nelle piazze sono gli uomini di tutto il mondo, cattivi e buoni senza distinzione, per dare la precedenza a chi non ha avuto meriti. È un modo sottile per alludere alla completa gratuità dell’amore di Dio. Gesù è consapevole che tutti gli uomini sono cattivi (cf. Mt 7,11) e che solo Dio è buono, eppure è certo che la salvezza è donata a tutti, perché Dio vuole salvare tutti gli uomini.

La parabola potrebbe concludersi con questa scena dolce e suggestiva; invece continua con il re che, passando in rassegna gli ospiti, caccia via un malcapitato che non indossa la veste nunziale. Si tratta di un’usanza tradizionale al tempo di Gesù: all’ingresso del banchetto nuziale, i commensali ricevevano in dono una veste bianca, segno del comune invito ricevuto dal padrone di casa. La vita nuova del cristiano è spesso paragonata nel Secondo Testamento a un abito nuovo indossato nel giorno del battesimo. Non basta aver ricevuto il sacramento, è necessario assumere un comportamento consono, riconoscersi peccatori e accettare di essere giustificati dall’amore di Dio. È così che va compresa la conclusione della parabola; l’uomo privo della veste nuziale è colui che ha accettato l’invito ma, fino all’ultimo, ha orgogliosamente rifiutato il dono, la misericordia di Dio, ha preteso di contare sulle proprie forze, invece di rispondere con gioia alla gratuità di Dio.