Meditiamo sulla Parola – V Domenica tempo ordinario anno A

Mt 5,13-16

Quando apriamo i vangeli ci accorgiamo che il testo, suddiviso in capitoli e versetti, è anche organizzato in paragrafi, ciascuno con un suo titolo. Ma nei primi manoscritti a noi pervenuti questa suddivisione non c’era; è stata operata gradualmente nel corso dei secoli. E mentre la suddivisione in capitoli e versetti è riconosciuta universalmente, quella in paragrafi è una scelta del singolo editore. Questa premessa ci permette di accostarci al brano, che oggi la liturgia ci propone, senza staccarlo dal passo evangelico di domenica scorsa- il notissimo brano delle Beatitudini- e operando, secondo il suggerimento di alcuni commentatori, uno stacco diverso.

Le prime otto beatitudini hanno il verbo coniugato alla terza persona plurale, ed inoltre sono racchiuse nella “inclusione” dei versetti 3 e 10 del capitolo 5 (la ripetizione “perché di essi è il regno dei cieli”) che di fatto le stacca da ciò che viene dopo. Con la nona beatitudine sembra improvvisamente cambiare il destinatario del discorso, che ora è alla seconda persona plurale. Questo cambiamento grammaticale e l’inclusione suggeriscono di legare i versetti 11 e 12 (la nona beatitudine) con il brano che oggi leggiamo e che inizia proprio con il “voi”.

Se ci lasciamo guidare da questa nuova suddivisione, possiamo cogliere nelle prime otto beatitudini un discorso rivolto alle “folle” menzionate da Matteo, cioè ad un gruppo folto e numericamente non definito, nel quale possiamo scorgere tutta l’umanità. E allora, se è vero che le Beatitudini delineano il ritratto di Cristo- lui sì povero, mite, misericordioso…- è anche lecito leggere in esse una promessa di felicità rivolta a tutti coloro che vivono e si impegnano per realizzare quanto rende l’uomo veramente a Sua somiglianza. Anche se non ne sono pienamente consapevoli. I poveri, i miti, i misericordiosi, gli operatori di pace fanno parte del regno dei cieli perché, come Matteo in maniera potente descrive nel capitolo 25, Gesù li riconoscerà “benedetti” anche se non lo avranno riconosciuto nel fratello cui hanno dato da mangiare, da bere, hanno vestito, ospitato, visitato. Quelle otto beatitudini sono una proposta di vita per ogni uomo di buona volontà, indipendentemente da una professione esplicita di fede.

Ma poi ci sono quelli che il Cristo lo hanno conosciuto e seguito. E quel “voi” è un dito puntato non solo su quanti, nel racconto di Matteo, erano sul monte davanti a lui, ma su ognuno di noi. Un dito che chiama a responsabilità. “Voi” mi avete conosciuto. E allora, “voi” dovete avere una maggiore consapevolezza. Ci potranno essere insulti, persecuzioni e maldicenze per chi pone il Cristo come Signore della propria vita, ma neanche con questa prospettiva il sale può rinunciare a dare sapore né la luce accettare di essere nascosta sotto il moggio.

Sale e luce: due immagini semplici ed efficaci riportate anche da Marco e Luca, sebbene in contesti diversi (Mc 9,50; Mc 4,21 ; Lc 14,34-35; Lc 8,16; Lc 11,33).

Il sale è una sostanza importante e preziosa, tanto da dare nome alla ricompensa del lavoro (“salario” deriva da “sale”).  Dà sapore, permette la conservazione del cibo impedendone la putrefazione; ai tempi di Gesù era usato anche come fonte di calore, contenendo bitume. Nella Bibbia è simbolo di alleanza e solidarietà, di giudizio di Dio e di purificazione. Ancora oggi sta ad indicare sapienza . Il brano di oggi però si sofferma sulla sua funzione più nota: dare sapore. E il sale  riesce a farlo anche in quantità piccole. Piccole ma incorrotte. Non è importante la quantità ma la qualità.  Senza timore, accetta di essere disperso, in granelli minuscoli, nella massa voluminosa di un alimento di per sé insapore.

Anche la luce, fondamentale elemento di vita, ha un ruolo di primo piano nel testo biblico. Prima creatura ad uscire dalle mani di Dio, diventa simbolo di Dio stesso con la sua capacità di guidare l’uomo che brancola nel buio. D’altronde la parola “Dio” deriva da una radice indoeuropea che vuol dire proprio “luce”.

Come il sale che si disperde all’interno dell’alimento, anche la luce non serve a sé stessa, ma a fendere le tenebre, facendosi largo nella inconsistenza, nel buio che rende tutto uguale e sottrae identità e valore a cose e persone.

Dunque Gesù ci indica una missione: immergerci in realtà quantomeno indifferenti, se non addirittura ostili.  E senza fare calcoli numerici: affida il suo lieto annuncio a realtà piccole, apparentemente insignificanti come un pizzico di sale o una sola lampada che deve fare luce dentro e fuori casa.

Quel “voi siete”, però, non ci deve trarre in inganno. “Saremo” sale e luce solo se saremo “portatori” del sale e della luce dell’evangelo. Il vangelo non potrà mai diventare scipito. Ma noi potremmo diluirlo tanto da farlo apparire tale. E la luce del Cristo- vera luce del mondo- non si pone da sola sotto il moggio, ma potremmo essere noi a trovarla troppo abbagliante per i nostri poveri occhi e giudicare che è meglio coprirla un po’.

E quanto alle “opere buone (letteralmente belle)”, non siano la nostra ruota del pavone o, ancora peggio, il presunto pagamento anticipato di una felicità eterna, ma un umile vetro trasparente che lascia passare inalterato lo sfavillio della luce.

«Soli Deo Gloria» cioè «Solo a Dio la gloria». Così il grande musicista J. S. Bach siglava ogni sua nuova composizione,  riconoscendo a quelle note- per noi bellissime e geniali- un unico compito: magnificare ed esaltare nient’altro che la gloria di Dio.

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