Meditiamo sulla Parola – IV Domenica di Quaresima anno A
Gv 9, 1-41
La pagina evangelica della quarta domenica di Quaresima è tratta dall’evangelo di Giovanni. Siamo al capitolo 9; il tema è “Gesù luce del mondo”, un tema di fatto già introdotto al capitolo 8,12, dove si sviluppa un confronto sempre più acceso con i Giudei. Nel capitolo 9, il contrasto con i Giudei si inasprisce ulteriormente, e si contrappone all’atteggiamento del cieco nato, che recupera la vista e, progressivamente, apre i suoi occhi anche alla fede in Gesù, manifestando, quindi, un atteggiamento di apertura, di disponibilità ad accogliere Gesù.
Il brano inizia con il presunto collegamento tra il peccato e la malattia, che esprime una concezione molto diffusa nel giudaismo (e anche oggi). Nel caso del cieco nato, tuttavia, il rapporto tra malattia e peccato non può reggere, anche se i discepoli, nell’interpellare Gesù, fanno riferimento sia alla possibilità che sia stato il cieco a peccare, sia a quella che il peccato sia da imputare ai suoi genitori. La risposta che Gesù dà apre un orizzonte nuovo, di speranza, presentando sé stesso come ‘luce del mondo’. È significativo che la frase inizi con il verbo al plurale (‘Bisogna che noi compiamo le opere’) e poi prosegua con la prima persona singolare (‘mi ha mandato’); ciò significa che quando si parla di compiere le opere, anche i discepoli sono coinvolti, poiché diventeranno gli annunciatori del Vangelo e compiranno opere come quelle compiute da Gesù. I discepoli sono invitati a compiere l’opera di Dio a essi affidata, di fronte al dolore e alla miseria degli uomini; l’evangelista aggiunge ‘finché è giorno’, poiché poi viene la notte, espressione che si riferisce alla passione di Gesù. La notte simboleggia un impedimento, per cui in termini più ampi, il versetto 4 va interpretato come un pressante appello a compiere le opere di Dio in ogni momento, qui e ora.
Gesù non rivolge alcuna parola al cieco; dopo aver risposto ai suoi discepoli, inizia subito a operare, guarendolo. Gesù ordina al cieco di lavarsi alla piscina di Siloe; ciò richiama la guarigione di Naaman dalla lebbra (2Re 5,10-14) che viene invitato da Eliseo a lavarsi sette volte nel Giordano. Tuttavia, mentre Naaman inizialmente si rifiuta, il cieco non oppone alcuna obiezione e va subito a lavarsi, quasi a indicare che era aperto a credere.
A differenza di quanto accade spesso nei vangeli sinottici, quando il racconto di un miracolo è accompagnato dalla narrazione della reazione della gente e la conseguente lode a Dio, Giovanni persegue una finalità diversa: narrare il segno per accertare la guarigione e, in tal modo, dare testimonianza a Gesù. Le domande chiave ruotano intorno all’identità del guarito, al modo in cui è avvenuta la guarigione, e alla conseguenza che ne deriva sul piano teologico. L’identità è attestata dallo stesso cieco guarito, che ripete lo stesso racconto più volte, senza cadere in contraddizione. I Giudei contestano che Gesù possa venire da Dio, dato che ha compiuto la guarigione di sabato (e impastare del fango rientrava tra i 39 lavori proibiti di sabato). Il loro atteggiamento è severo e legalistico: trasgredendo il sabato, Gesù si è auto-squalificato. Tuttavia, alcuni dei presenti, pur non contestando che il segno sia stato compiuto in violazione del sabato, sottolineano che resta inspiegabile come un peccatore possa compiere tali segni.
Il successivo interrogatorio dei genitori del cieco guarito non sortisce alcun effetto: essi si limitano ad attestare che il cieco era tale dalla nascita e che è loro figlio; ma su come sia avvenuta la guarigione non si pronunciano, per timore di essere espulsi dal tempio (e, quindi, dalla comunità). Di qui il secondo interrogatorio del cieco, che mantiene la sua posizione anche di fronte all’arroganza dei Giudei, che si dichiarano discepoli di Mosè. Tuttavia, al capitolo 5,46-47, lo stesso Gesù aveva indicato Mosè quale suo testimone («Infatti, se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché egli ha scritto di me. Ma se non credete ai suoi scritti, come crederete alle mie parole?»). I discepoli di Mosè, custodi della Legge, restano, quindi, sordi di fronte alla manifestazione di Gesù. Non avendo altri argomenti, i Giudei reagiscono cacciando via il cieco.
Gesù viene a sapere che il cieco guarito è stato espulso e va a cercarlo; Gesù non vuole allontanare nessuno di coloro che il Padre gli ha affidato, chiama per nome tutti quelli che fanno parte del suo gregge (cf. Gv 10,3). Gesù cerca il cieco per portarlo alla fede piena.
Quando lo incontra, non gli chiede in modo diretto: “Tu credi in me?”; in modo più velato, gli chiede: “Tu credi nel Figlio dell’uomo?”. Il gesto di Gesù, che cerca l’uomo, vuol dirci che l’uomo era giunto fino al punto che la sua formazione gli consentiva; per compiere il decisivo passo verso la fede, è necessario l’intervento di Gesù. Quando Giovanni usa l’espressione “Figlio dell’uomo”, intende sottolineare la funzione primaria di Gesù di attrarre tutti a sé. La domanda che Gesù rivolge al cieco guarito contiene, allora, anche una promessa: se il cieco guarito crede nel Figlio dell’uomo, Gesù lo porterà con sé nella gloria. L’uomo ora manifesta e professa apertamente la sua fede; usa, semplicemente, l’espressione: “Credo, Signore”. La profondità della fede del cieco guarito è evidenziata dal suo prostrarsi ai piedi di Gesù. Non si tratta di un semplice omaggio reso a Gesù che lo ha guarito; intende esprimere l’adorazione a Gesù come il vero tempio, ossia intende esprimere che a Gesù, portatore della salvezza, è dovuta la stessa adorazione e venerazione con cui è venerato e adorato Dio stesso. Gesù pronuncia una parola carica di significato, affermando che è venuto per il discernimento: chi rifiuta l’inviato di Dio, manifesta un’incredulità che si traduce in giudizio che origina divisione tra gli uomini. Il vedere è la fede, che conduce nella sfera della luce di Dio, mentre l’essere ciechi è l’incredulità, che conduce alle tenebre.
Vedere implica un processo di conoscenza. Vediamo davvero solo quando scopriamo il significato di ciò che vediamo. Il Salmo 119 chiede: “Aprimi gli occhi, affinché io veda”. Molti vedono ciò che li circonda, ciò che accade, ma non sanno cogliere la novità. L’unica preoccupazione è confermare il vecchio. Gli occhi dello spirito non si fermano alla superficie, ma penetrano in ciò che è nascosto. Per l’evangelista Giovanni il peccato più grande è il rifiuto della luce, che comporta orizzonti sempre più limitati, incapaci di vedere oltre. Siamo chiamati a una scelta di campo: la luce respinta, che fa sprofondare nelle tenebre, o la luce accolta, che conduce all’illuminazione.