Meditiamo sulla Parola – III Domenica di Pasqua anno A
Lc 24,13-35
Sono in crisi i due che stanno abbandonando Gerusalemme e la comunità dei discepoli in cui fino ad allora sembravano ben inseriti. Separati dalla comunità, sono anche divisi fra di loro, visto che si stanno scagliando l’un l’altro le parole come frecce.
È Luca l’evangelista che dipinge questa pagina di delusione e tristezza, avendo davanti agli occhi la crisi che la comunità cristiana del suo tempo sta vivendo. Sono passati 50-60 anni dalla risurrezione di Gesù e il fervore dei primi tempi si sta affievolendo, anche perché ormai i testimoni diretti non ci sono più.
Questo racconto, probabilmente ricevuto da una tradizione orale, diventa allora l’occasione per incoraggiare tutti quelli che il Risorto non lo hanno visto, ma possono, in ogni tempo, farne l’esperienza.
Come in un dittico, la narrazione si struttura in due quadri ben definiti: il primo, ricco di discorsi, descrive un cammino fisico e spirituale; nel secondo, le parole cedono il posto all’eloquenza di gesti significativi.
Lungo la strada verso Emmaus i due discepoli non sanno dare una spiegazione agli eventi di cui sono perfettamente a conoscenza. Avvicinati dal viandante che non riconoscono, snocciolano tutti i fatti avvenuti, come in una perfetta professione di fede… ma senza fede. Hanno gli elementi per capire, per credere, eppure non riescono a fare il passo decisivo. Sono bloccati di fronte a quella morte inconcepibile. E poi… il vuoto di quella tomba, cosa mai vorrà dire?
Il compagno di viaggio che Luca con finezza teologica non fa “apparire” ma “avvicinare” – perché il Risorto è sempre stato vicino ai due – li scuote dalla loro ottusità mentale e freddezza di cuore. E insieme a quello sconosciuto, i due compiono un lungo cammino attraverso le Scritture, per coglierne gli indizi che danno significato al “puzzle” degli eventi per loro inspiegabili.
Il viaggio termina, ma il desiderio di non interrompere quella compagnia speciale li porta a formulare l’invito: “Resta con noi…”.
Da due millenni quella stessa richiesta, diventata preghiera, viene sussurrata, implorata con tenerezza o disperazione dalle labbra di chi, nel momento della difficoltà, vede le tenebre avvicinarsi e scorge nella vicinanza del Risorto l’unica possibilità di affrontarle senza essere sopraffatto dalla solitudine e dalla paura.
Il viandante straniero accetta di entrare e compie dei gesti. Non una parola esce dalla sua bocca – le ha tutte espresse nel cammino esegetico – ma quei gesti parlano alla memoria e al cuore dei due. E, nel momento in cui viene riconosciuto, la sua presenza non è più visibile agli occhi, ma solo alla fede.
Di lì in poi tutto si capovolge: i piedi che prima allontanavano i due dalla comunità, ora li riconducono ad essa per una rinnovata comunione di vita; gli occhi, le orecchie, la mente prima incapaci di vedere, udire, capire, ora si aprono alla novità della risurrezione. E la bocca, prima capace solo di litigare, ora si spalanca nell’annuncio gioioso di quanto accaduto.
Al di sotto della narrazione lucana si scorge in maniera evidente la struttura della celebrazione eucaristica, con i suoi due tempi: la liturgia della Parola e la liturgia Eucaristica.
Ai due discepoli il cuore bradicardico si infiamma a mano a mano che, sotto la guida del Risorto, si addentrano nelle Scritture. Le nostre liturgie della Parola riescono ad aprire all’intelligenza delle pagine sacre e a far ardere i nostri cuori? Lettori pescati all’ultimo momento, impreparati alla Parola da annunciare, omelie lunghe e fumose, senza il fondamento di un solido studio, preghiere dei fedeli preconfezionate, impersonali e ripetitive spesso strapazzano quello che dovrebbe essere il tempo forte di un annuncio che sollecita le menti e accende il desiderio dell’incontro con il Risorto.
E quel “Resta con noi” che così spesso – troppo spesso sulla solita melodia – intoniamo devoti e commossi nella liturgia Eucaristica, lo sappiamo rivolgere “con insistenza” ai tanti viandanti anonimi che la provvidenza ci pone accanto lungo il comune cammino della vita?
O il rito copre una sostanziale indifferenza, se non addirittura ostilità, e incapacità ad accogliere l’umanità pellegrina per condividere pane e calore umano?
Non è solo una pagina che consola questa di Luca.
È anche una pagina che ci provoca.