Meditiamo sulla Parola – XIII Domenica tempo ordinario anno A
Con il brano evangelico di Matteo capitolo (10, 37-42) si conclude la lettura del discorso missionario indirizzato da Gesù ai Dodici, un discorso che riguarda da vicino tutti i cristiani, chiamati ad annunciare con la loro vita e le loro parole che in Cristo “il Regno si è fatto vicinissimo”. (cfr. Mt 10,7)
Gesù sta parlando a coloro che sono stati inviati ad annunciare l’evangelo e dopo averli istruiti su come annunciare (Mt 10,5-16) e su come vivere la persecuzione (Mt10,17-32), consegna loro le misure della Parola che annunciano: “non crediate che io sia venuto a portare pace, sulla terra; non sono venuto a portare pace, ma una spada” (Mt 10,34). Dunque, si ha a che fare con una Parola che separa e chiede di prendere posizione. Una Parola che, messa sulla bilancia, ha un peso e chiede il suo corrispondente, “una misura buona, pigiata, scossa e traboccante” (Lc 6,38).
A questa immagine della bilancia si riferisce il versetto con cui si apre il Vangelo: “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me” (Mt 10, 37). L’espressione “non è degno di me” ricorre tre volte nei primi due versetti, a conclusione di tre detti molto esigenti nell’ottica della sequela che ci pongono non poche domande. Prima fra tutte: cosa sta veramente dicendo Gesù? È forse possibile “essere degni di Lui”? Davvero è sufficiente impegnarci ad amarlo più di padre e madre, più del figlio e della figlia, più della nostra stessa vita per essere degni di Lui? Cosa dunque vuole dire “essere degni di Lui?
Il vocabolo “axios”, tradotto in italiano con “essere degno”, in greco non significa, in primo luogo, sforzarsi di meritare qualcosa, come viene immediatamente in mente a ciascuno quando si pronuncia questa parola. Non è una prestazione da svolgere con la massima cura possibile per accedere a un premio. Il vocabolo evoca piuttosto l’immagine della bilancia. “Essere degni” vuol dire “pesare il giusto peso”. In una bilancia a due piatti, se da una parte il peso è l’Amore del Signore Gesù che ha dato la sua vita fino alla fine, dall’altra parte occorre un Amore altrettanto pesante, altrimenti la bilancia non trova equilibrio.
Questo allora vuol dire “essere degni” pesare il giusto peso. Se l’amore di padre e madre, di figlio e figlia è “più di me”, la bilancia si ribalta perché il peso non è sufficiente. Se non si prende la nostra croce ogni giorno, “il peso” della nostra sequela è insufficiente all’equilibrio della bilancia. Non che si parli di amore sbagliato, ma di amore non sufficiente.
Dunque, non si tratta di ingaggiare una lotta che dura tutta la vita per sforzarci di essere quello che non siamo, ma di riconoscere a quale misura ci chiama l’Amore di Colui che per noi ha dato se stesso e vivere secondo questa misura. Cosa questo concretamente significhi ce lo rivelano i versetti del Vangelo: “chi avrà tenuto per sé la propria vita la perderà e chi avrà perduto la propria vita per causa mia e del Vangelo la troverà”. E ancora: “chi accoglie me, accoglie Colui che mi ha mandato e chi avrà dato da bere anche solo un bicchiere d’acqua… riceverà la sua ricompensa” (Mt 10, 39-42).
Una vita si perde investendola, spendendola per una causa grande. Chi avrà perduto, troverà. Noi possediamo veramente solo ciò che abbiamo donato ad altri, come la donna di Sunem della Prima Lettura, che dona al Profeta Eliseo piccole porzioni di vita, piccole cose: un letto, un tavolo, una sedia, una lampada e riceverà in cambio una vita intera, un figlio. E la capacità di amare di più.
A noi, forse spaventati dalle esigenze di Cristo, dall’impegno di dare la vita, di avere una causa che valga più di noi stessi, Gesù aggiunge una frase dolcissima: Chi avrà dato anche solo un bicchiere d’acqua fresca, non perderà la sua ricompensa.
Il dare tutta la vita o anche solo una piccola cosa, la croce e il bicchiere d’acqua sono i due estremi di uno stesso movimento: dare qualcosa, un po’, tutto, perché nel Vangelo il verbo amare si traduce sempre con il verbo dare: Dio ha tanto amato il mondo da dare suo Figlio. Non c’è amore più grande che dare la vita!
Un bicchiere d’acqua, dice Gesù, un gesto così piccolo che anche l’ultimo di noi, anche il più povero, può permettersi. È tuttavia un gesto non banale, un gesto vivo, significato da quell’aggettivo che Gesù aggiunge, così evangelico e fragrante: acqua fresca.
L’acqua deve essere fresca, vale a dire l’acqua buona per la grande calura, l’acqua attenta alla sete dell’altro, procurata con cura, quasi un’acqua affettuosa con dentro l’eco del cuore. Dare la vita, dare un bicchiere d’acqua fresca, se dato con tutto il cuore, ha dentro la Croce. Tutto il Vangelo è nella Croce, ma tutto il Vangelo è anche in un bicchiere d’acqua. Nulla è troppo piccolo per il Signore, perché ogni gesto compiuto con tutto il cuore, anche se piccolo, ci avvicina all’Assoluto.