Meditiamo sulla Parola – XVI domenica tempo ordinario anno A

Mt 13,24-43

La pagina evangelica della XVI domenica raccoglie tre parabole del regno – la zizzania, il granello di senape, il lievito – accomunate da un’unica intuizione: il Regno di Dio cresce in modo nascosto, contrastato, sproporzionato rispetto ai suoi inizi, e la sua piena manifestazione appartiene al tempo di Dio, non a quello dell’uomo. Gesù non spiega il Regno di Dio con concetti astratti, ma con immagini tratte dalla vita di ogni giorno (un campo seminato, un piccolo seme, un po’ di lievito nella pasta). Sono immagini semplici, ma nascondono una sapienza profonda su come Dio agisce nella storia e su come dovremmo guardare al mondo, alla Chiesa e a noi stessi.

La parabola del grano e della zizzania (vv. 24-30, spiegata poi ai vv. 36-43) è la più drammatica. Un nemico semina zizzania in mezzo al grano buono, e i servi chiedono al padrone se debbano estirparla subito. La risposta – «lasciate che l’una e l’altra crescano insieme fino alla mietitura» – è il cuore teologico del brano, il punto centrale di tutta la pagina. Dio non ha fretta di separare il bene dal male. Non perché il male non lo riguardi, ma perché il tempo della storia è ancora tempo di pazienza, di attesa, di possibilità di conversione. Del resto, la Chiesa stessa non è la comunità dei puri, ma un campo dove convivono fedeltà e fragilità, santità e peccato, fino alla fine. La tentazione di separare anzitempo il grano dalla zizzania è la tentazione di ogni fondamentalismo religioso, che pretende di anticipare il giudizio di Dio. La pazienza divina non è indifferenza verso il male, ma rispetto della libertà umana e fiducia che il tempo storico sia ancora tempo di conversione possibile.

Il verbo che Gesù usa per dire “lasciate” (che grano e zizzania crescano insieme) può essere accostato al verbo che troviamo nel Padre Nostro quando diciamo “rimetti a noi i nostri debiti” (J. Schniewind). È lo stesso gesto: lasciar essere, non giudicare subito, dare tempo. La pazienza di Dio verso il male nel mondo è la stessa logica del perdono che Lui chiede a noi. C’è un legame profondo tra la pazienza verso il male nel mondo e la logica del perdono che il discepolo è chiamato a vivere. Il giudizio è rimandato alla fine («al tempo della mietitura»), e non è opera dei servi: nessuno è autorizzato a farsi giudice anticipato della storia.

Questa parabola può anche essere letta come una parabola sul cuore stesso del credente, prima ancora che sulla società o sulla Chiesa (S. Fausti): grano e zizzania crescono insieme anche dentro ciascuno di noi. Nella nostra vita c’è del bene autentico e ci sono fragilità, contraddizioni, peccati. Non possiamo illuderci di essere “tutto grano” e dobbiamo imparare a convivere pazientemente con le nostre stesse ombre, senza però rassegnarci al male, ma affidando a Dio il giudizio finale su ciò che siamo davvero. Riconoscere questo evita sia l’illusione moralistica di poter essere “tutto grano”, sia la rassegnazione al male. È un invito a vivere nella tensione tra il già e il non ancora, affidando a Dio il giudizio ultimo sulle radici del bene e del male, spesso inestricabilmente intrecciate.

Le due parabole brevi che seguono – il granello di senape (vv. 31-32) e il lievito (v. 33) – ribadiscono lo stesso messaggio da un altro punto di vista: la sproporzione tra inizio e fine. Il Regno di Dio comincia in modo piccolo, quasi invisibile, ma ha in sé una forza capace di trasformare tutto. Il seme più piccolo diventa il più grande degli arbusti; un pizzico di lievito fermenta tre misure di farina. Queste immagini rispecchiano l’esperienza stessa della prima comunità cristiana: un piccolo gruppo di discepoli, apparentemente insignificante in quel contesto storico, senza potere né prestigio agli occhi del mondo, portava dentro di sé una forza capace di cambiare la storia. Il Regno non si impone con la forza né si misura con criteri di grandezza immediata: agisce come il lievito, dall’interno, silenziosamente. Non è la grandezza visibile a garantire l’efficacia del Regno, ma la qualità nascosta di ciò che Dio semina.

Queste tre parabole parlano direttamente alla nostra vita, oggi. Viviamo spesso nell’impazienza: vorremmo vedere subito i risultati del bene che facciamo, vorremmo che il male fosse eliminato immediatamente, vorremmo giudicare in fretta chi ha torto e chi ha ragione. Il Vangelo ci invita invece a una fede paziente e fiduciosa: seminare il bene senza pretendere di vederne subito il frutto, lasciare che Dio, e non noi, sia il giudice ultimo della storia, e credere che anche i gesti più piccoli – una parola buona, un atto di carità nascosto, una preghiera silenziosa – portino dentro di sé una forza capace di far crescere il Regno di Dio, come il lievito nella pasta. Il giudizio appartiene a Dio; al discepolo è chiesto di essere seme buono e lievito, non giudice del campo.

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