Meditiamo sulla Parola – Trasfigurazione del Signore anno A
Vangelo di Matteo, capitolo 17, accade l’inenarrabile.
Pietro, Giacomo e Giovanni, uomini di Galilea, discepoli di Gesù, vengono invitati dal loro Rabbi ad accompagnarlo su un monte, di solito identificato con il Tabor, in realtà una collina di circa 500 metri, situata nella pianura di Eskedon o Esdrelon. I tre frequentano Gesù già da diverso tempo, sanno che “salire” è una sua scelta ricorrente nei momenti difficili, quando ha necessità di sentire più forte la presenza energetica del Padre, di connettersi profondamente con lo Spirito di Dio che lo accompagna da sempre.
Erri De Luca scrive che per lui salire non significa accorciare le distanze da una divinità trascendente, ma compiere un atto di distacco fisico e mentale dal basso, dalle voci e dal caos del mondo e forse c’è anche questo nell’uomo Gesù che viene da una serie di esperienze umane se non fallimentari, senz’altro deludenti; i suoi amici, quelli che si è scelto per questi pochi anni pubblici, quelli con cui parla di più, a cui confida le proprie idee sul presente e sul futuro, proprio loro sembrano non capire il nocciolo della questione, il vero scopo del suo essere fra gli uomini.
È da tanto tempo che prova a spiegare che non c’è un regno da fondare, né guerre cruente da scatenare, e lo ripeterà anche durante il processo del procuratore romano: non è di questo mondo, non schiererà folle di soldati, non vuole un trono, perciò i discepoli devono smettere di cercare strategie umane per evitargli dolori, umiliazioni, morte.
Non hanno ancora capito, o non vogliono capire, quale via Egli propone per fondare il Regno di Dio, un disegno in cui solo una cosa conterà davvero: l’amore per l’Altro e per l’altro.
Tutto questo, forse, ha in mente il Messia quando li invita a quella che non è la solita ricerca di uno spazio di solitudine e silenzio, ma un’esperienza unica e travolgente che dovrebbe, finalmente, far loro comprendere la natura del Progetto e le vie per realizzarlo.
Al versetto 9 del testo, alla fine della pagina che ascolteremo, infatti, c’è una delle parole fondamentali: visione (in greco “òroma” dalla radice del verbo vedere, non guardare, ma interiorizzare un’immagine) è ciò che attende i tre prescelti.
Gesù cambia aspetto davanti a loro, il volto e le vesti diventano di luce e sfolgoranti di bianco, il massimo di quanto l’uomo può sopportare quando incontra il divino, così egli si mostra ai suoi fuori del filtro del corpo facendo intravedere la sua altra natura.
Vedono poi, accanto a lui, due figure che senza esitazione identificano in Mosè ed Elia; questo è singolare, non ci sono immagini nella cultura religiosa ebraica, eppure loro “sanno”, riconoscono che la Legge e tutti i Profeti, di cui i due sono simbolo, sono presenti nel momento del disvelamento come se fosse in fondo quello, da sempre, il loro scopo e il loro senso più autentico e profondo.
E Pietro, come al solito, va oltre, ignorando limiti e prudenza: farà tre tende, lui, uomo, si propone di costruire tre case, di ingabbiare in costruzioni umane l’infinito, di fare qualcosa per il Divino. Oltretutto, nota qualche commentatore, nell’elencarle pone al centro (posizione sempre di rilievo nei testi biblici) non Gesù, ma Mosè, non avendo ancora compreso bene che non il Messia deve seguire il testo, ma è Lui che ha generato le promesse fatte da Dio a Israele.
Lo ferma la nube che copre e pure illumina e la voce che di nuovo chiarisce e proclama: Gesù è il figlio, quello amato. I tre uomini non potrebbero sopravvivere a tanto; i loro corpi cadono nella posizione dei morti. Solo il tocco fisico e salvifico di Gesù li fa risorgere, e notiamo che il verbo del testo è proprio lo stesso usato per la sua stessa risurrezione e quando offre a Lazzaro e ad altri il ritorno alla vita.
Solo al rientro, Gesù darà un’indicazione: l’esperienza andrà raccontata più tardi, quando l’irrompere dello Spirito, a Pentecoste, renderà loro e gli altri capaci di comprendere.
Questa grande pagina evangelica deve esserci di conforto nei momenti di dubbio, di consapevolezza dei nostri limiti, quando viviamo dolorosamente la difficoltà di far aderire ciò che abbiamo compreso alla vita di tutti i giorni. Allora possiamo ripensare con affetto a Pietro, Giacomo e Giovanni che assistono a una manifestazione grandiosa e inequivocabile del divino, odono la voce del Padre, passano per un’esperienza di morte e resurrezione eppure continuano, ancora per mesi, a portare nel proprio cuore idee distorte sul loro Maestro, perché non è bastato ascoltarlo e frequentarlo da vicino, aver visto i segni prodigiosi compiuti, non sarà sufficiente una Cena senza uguali a sconfiggere il sonno dell’orto degli ulivi o la paura del Golgota o l’incredulità della pietra rovesciata.
Per loro, come per noi, sarà solo l’ultimo e definitivo dono divino a fare breccia nel cuore e nella mente perché si spalanchino a una corretta visione della storia della creazione, prima e dopo l’incarnazione; occorrerà lo Spirito, lo pnéuma, il soffio stesso di Dio e la libera accoglienza di questo dono, cinquanta giorni dopo la risurrezione, per trasformare loro e noi, uomini finalmente liberi dalla paura fondamentale, quella della morte, nell’umanità che il Padre aveva in mente da sempre e che si avvia verso la Vita dove “non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né pena alcuna”. (Ap. 21,4)