Mt 15, 21-28

L’incontro narrato nel Vangelo di Matteo (Mt 15, 21-28) tra Gesù e la donna cananea si colloca in uno spazio liminale, un confine non solo geografico ma anche spirituale. L’evangelista utilizza un termine preciso, “veniva”, suggerendo che i due si incrociano proprio sulla linea di demarcazione; non è chiaro, infatti, se Gesù entri realmente nel territorio dei gentili, lasciando la scena avvolta in una voluta ambiguità. In questo contesto, Matteo dissemina espressioni fondamentali per comprendere la profondità dell’episodio. Innanzitutto, la donna si rivolge a Gesù chiamandolo “Figlio di Davide”, un titolo messianico che ci riporta immediatamente all’incipit del vangelo stesso: “Genealogia di Gesù Cristo figlio di Davide” (Mt 1, 1). A questa supplica, Gesù oppone inizialmente un netto rifiuto, affermando di dover badare alle “pecore perdute”. Questa espressione richiama in modo inequivocabile il mandato missionario che Gesù aveva precedentemente affidato ai suoi discepoli: “Non andate fra i pagani […] rivolgetevi piuttosto alle pecore perdute della casa d’Israele” (Mt 10, 6). Di fronte a questa apparente chiusura e all’impiego del termine “cagnolini”, la donna non si ritrae, ma insiste sui propri diritti. Alla fine, Gesù cede lodando la sua “fede”, un’ammirazione che, nell’intero vangelo di Matteo, si ritrova in modo speculare solo di fronte a un altro pagano, durante la guarigione del servo del centurione: “In verità io vi dico, in Israele non ho trovato nessuno con una fede così grande” (Mt 8, 10).

Allargando lo sguardo, risulta particolarmente interessante operare un parallelismo con il Vangelo di Marco, l’unico altro testo in cui compare questo episodio. Marco tratteggia la figura della protagonista con sfumature diverse, definendola “donna di lingua greca e di origine siro-fenicia”. Il termine hellenís (“greca”) è usato in senso generico per indicare la sua condizione di “non ebrea” (gentile), mentre la precisazione “siro-fenicia” fa riferimento ai fenici della Siria, distinguendoli da quelli del Nord Africa. Matteo, al contrario, sceglie di etichettarla come Cananea: i Cananei erano i nemici storici e tradizionali di Israele, appartenenti a una regione associata all’antico culto del dio Baal, a causa del quale il popolo ebraico aveva gravemente peccato di idolatria. Nonostante questo, la tradizione biblica conosce bene l’esistenza di “gentili giusti”, figure come Rut la moabita, Achiòr l’ammonita, o gli stessi artigiani di Tiro e Sidone (luoghi d’origine simili a quelli della donna evangelica). Già in passato, infatti, profeti come Elia ed Eliseo avevano compiuto miracoli per i pagani: basti pensare a Elia che, mandato da Dio proprio a Sarepta di Sidone, guarisce il figlio di una vedova straniera (1Re 17, 8-16), o alla guarigione compiuta da Eliseo (2Re 5, 1-14). Nel dialogo, l’appellativo “cagnolini” risuona in tutta la sua durezza: nella cultura dell’epoca, i cani erano considerati animali spudorati e impuri, come confermerà severamente l’Apocalisse (“Fuori i cani, gli stregoni, i fornicatori, gli omicidi, gli idolatri e chiunque ama e pratica la menzogna” – Ap 22, 15). Ma la differenza più radicale tra i due resoconti sta nell’epilogo: nella pagina di Marco non vi è alcun riferimento esplicito alla grande fede della donna. Gesù, infatti, la esaudisce per una ragione ben precisa: “Per questa parola” (Mc 7, 29).

È proprio questa “parola” sottolineata da Marco a introdurci a una riflessione e all’analisi dell’acuto stratagemma retorico messo in campo dalla donna per convincere Gesù. Ella risponde a tono utilizzando la retorsio argumenti, lo stesso, identico procedimento retorico che Gesù aveva impiegato magistralmente per respingere le tentazioni del diavolo. La retorsio argumenti è una tecnica potente: consiste nel prendere l’argomento che l’avversario vuole usare a proprio vantaggio per usarlo, con efficacia ancora maggiore, contro di lui. Gesù pone una premessa rigorosa e utilizza una metafora escludente: classifica la donna come “cane” per negarle il diritto di avere il pane che spetta di diritto prima ai figli e, fuor di metafora, aver salva la vita della prole. La donna, con estrema intelligenza, non rifiuta la parola né si ribella alla premessa. Al contrario, accetta il termine denigratorio e accoglie la metafora della tavola, ma, contestualmente, ne ribalta la logica a proprio favore. Dimostra che, persino rimanendo all’interno della rigida metafora stabilita da Gesù, a chi sta sotto il tavolo spetta comunque qualcosa: le briciole. La Cananea si appropria dell’esatta struttura logica dell’interlocutore per estrarne una conclusione opposta che le dà pienamente ragione. Insiste così sui propri diritti rivendicandoli non nonostante la propria inferiorità, ma accettando paradossalmente quella definizione denigratoria. Ecco perché, se in Matteo Gesù le riconosce una grande fede, in Marco le riconosce una straordinaria vittoria sul piano retorico, esaudendola per come ha saputo rispondere all’essere messa alla prova.

Questa intensa dinamica offre una chiave di lettura profonda e attuale. La vita, a volte, ci mette duramente alla prova, spingendoci ai margini e facendoci sentire gli ultimi, gli esclusi. Eppure, è proprio in quel momento di massima debolezza che ci viene offerta un’opportunità di riscatto. Riconoscendo con umiltà la nostra condizione, senza fughe illusorie, ci viene data la possibilità di rimboccarci le maniche. Proprio come la donna cananea, siamo chiamati a non arrenderci, a usare l’intelligenza per capovolgere le situazioni più ostili, riuscendo così, lottando per “le briciole”, a ottenere quel posto centrale e luminoso che ci attende nella salvezza eterna.

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