Meditiamo sulla Parola – XXII domenica tempo ordinario anno A

Mt 16,21-27

Il brano del Vangelo di questa domenica è posto al centro tra due situazioni fortemente significative: la professione di fede di Pietro ‐ che afferma: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt.16,16) ‐, e la Trasfigurazione, dove Dio conferma «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo» (Mt.17,5). È tra queste due situazioni che Gesù insegnava ai suoi discepoli che «doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto… e venire ucciso e risorgere il terzo giorno» (Mt.16,21). Siamo di fronte a un passo fondamentale, poiché spiega in che modo si realizzerà la messianicità di Gesù professata da Pietro e il fine di questo disegno di salvezza, di “passione” per l’uomo, che lo condurrà alla gloria contemplata nella Trasfigurazione. Il brano traccia un percorso, un cammino verso Gerusalemme, è l’itinerario compiuto da Gesù, che adesso diviene il cammino di tutti coloro che vogliono vivere alla sua sequela, che desiderano entrare con lui nel Regno. Il testo, non si limita a riportare le informazioni inerenti a questi fatti, ma ci interpella personalmente, proponendo al lettore un cammino: Gesù si preoccupa di insegnare un modo di stare al mondo, un modo di camminare nella storia, per imparare a vivere da cristiani, per incarnare nella propria vita la salvezza che egli stesso è venuto a donarci.

Domenica scorsa Pietro è stato lodato da Gesù che lo ha definito “beato”, oggi è chiamato “satana”, colui che allontana da Dio, il tentatore che vuole insinuare il dubbio, la diffidenza nei confronti di Dio e del suo Amore. Gesù, voltandogli le spalle, manifesta la sua indignazione. Origene interpreta il senso come un invito rivolto a Pietro a mettersi nuovamente alla sua sequela: “Va dietro a me, Satana!” – cioè: prendi il tuo posto di discepolo, dietro a me.

Da questo passaggio “beato – satana” si può ricavare che la debolezza, la fragilità sono sempre in agguato; bisogna essere “vigilanti”: la tentazione è sempre alle porte. Inoltre la Chiesa è sempre retta e guidata da Dio; la “roccia” è Gesù Cristo: coloro che nella Chiesa ricoprono ruoli di responsabilità, non sono esenti dalle fragilità umane. È difficile cogliere il severo messaggio del Vangelo di questa Domenica, che si affida a tre immagini per comunicare il suo paradossale contenuto:

– la prima è “il viaggio verso Gerusalemme”, dichiarato “necessario” da Gesù di Nazareth. È la “vecchia” città, retta dagli anziani, dai capi sacerdotali e dagli scribi, che va affrontata, lì dove il potere, la tradizione, possono dare la morte, se si vuole dare un annuncio nuovo di riscatto, di libertà, di risurrezione;

– la seconda descrive il “fallimento” di Pietro “Vattene via… Tu mi sei d’inciampo…”, per ricordare che l’unico fondamento della Chiesa è Gesù di Nazareth. L’apostolo è qualche volta “roccia ferma” e qualche volta “sabbia dubbiosa”. Mai convinto del tutto che non è il potere mondano a portare in salvo la barca della comunità;

– la terza immagine invita a “prendere la croce”, come segno della rinuncia ad avere sempre qualcosa da difendere per sé, per il proprio buon nome, per la propria sopravvivenza. Non una Chiesa “disincarnata”, ma una Chiesa “disinteressata” nei confronti della ricchezza e del potere può ridiventare testimone del suo Signore crocefisso e risorto.

Il primo annuncio della passione e la successiva descrizione dell’identikit del discepolo autentico formano una sorta di itinerario nel quale ritrovare la nostra identità di discepoli di Gesù. Essa richiede l’abbandono delle nostre sicurezze – per abbracciare il progetto che il Signore ha posto nel nostro cuore dal giorno del nostro battesimo.

Sull’altare, attraverso i segni del pane e del vino, è Gesù stesso che si offre al Padre nel sacrificio della croce. Ogni volta che celebriamo l’eucaristia ci vengono ricordate queste “offerte”: quella del pane e del vino, quella della nostra vita, quella di Gesù Cristo; nella preghiera eucaristica diventano una sola cosa. Il pane e il vino diventano il corpo e il sangue di Cristo e rappresentano il sacrificio della Chiesa, nel quale la vita di Cristo, come offerta al Padre nell’obbedienza alla sua volontà, e la vita di ogni cristiano, che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica, diventano una cosa sola, si fondono, entrano in profonda comunione, in profonda unità. Simbolicamente ad ogni celebrazione si ripetono le parole di Gesù: “Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua”.

Azione rituale e Parola del Vangelo appaiono tra loro così strettamente connesse da dire che la celebrazione liturgica è il Vangelo di Gesù che prende carne, divenendo azione, e al tempo stesso è il Vangelo che agisce su di noi trasformando la nostra vita, rinnovando il nostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è a lui gradito.

 

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“Chi perde la sua vita in questo mondo,

in lui la vita eterna fiorirà,

chi perde la sua vita per Amore la ritroverà.

È un seme che piantato nella terra,

morendo vita nuova porterà,

ma se caduto in terra lui non muore da solo resterà.”

(dal canto di F. Buttazzo: Chi perde la sua vita)

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