Meditiamo sulla Parola – XXV domenica del tempo ordinario anno A

Il filo tematico che solitamente, nella liturgia della Parola domenicale, lega la prima lettura con il vangelo, in questa XXV domenica si presenta particolarmente robusto. È davvero necessario sostare sul brano di Isaia, meditarlo a fondo prima di approdare alla parabola che oggi ci provoca. “I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie” (Is 55,8).

Siamo avvisati. Prima di proseguire dobbiamo abbandonare la logica umana, la nostra contabilità che a un “dare” associa necessariamente un “avere” di peso proporzionato. La pagina evangelica non ci scandalizzerà solo se saremo disposti ad abbracciare la generosità di Dio, che supera i calcoli ai quali noi riduciamo la pratica della giustizia.

E pure quando penseremo di essere preparati, il brano -dobbiamo ammetterlo- ci disturberà per quanto contrasta con il nostro comune senso dell’equità.

Matteo pone questa parabola come prosecuzione della risposta a una precisa domanda di Pietro: “Noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito, che cosa dunque ne otterremo?” (Mt 19,27). Pietro rivendica il diritto ad una ricompensa. Ecco allora che Gesù conduce i discepoli verso un cambio di prospettiva.

Il racconto che propone è inizialmente realistico. C’è un padrone che ha molto a cuore la sua vigna, tanto che non manda il suo fattore a reclutare braccia per il lavoro da farsi, ma va lui personalmente. Ed esce ben cinque volte, segno della fretta di portare a termine tutte le operazioni necessarie. Quanto alla paga, si accorda subito con i primi reclutati: un denaro per un giorno di lavoro. Un compenso usuale a quei tempi. Agli altri non esplicita l’ammontare del compenso, ma li rassicura: sarà quello che è giusto.

Fin qui nulla di strano.

Ma poi c’è la svolta inaspettata.

Al momento di fare i conti, tutti- indipendentemente dalle ore di lavoro prestate- ricevono la stessa paga: un denaro. E qui sobbalziamo.

Questo sarebbe “il giusto” promesso?

E allora dobbiamo necessariamente cercare di penetrare nei pensieri di Dio. È lui il padrone che chiama a lavorare nella sua vigna, il suo Regno. Non è un padrone ingiusto. È un padrone generoso che non sta a calcolare, ma dona a tutti il suo amore gratuito. E lo dona non per i meriti ma per la sua infinita generosità.

Il brano odierno dà un robusto scossone alla nostra religiosità meritocratica, per la quale ci guadagneremmo lo sguardo benevolo del Signore e la sua grazia mediante il nostro comportamento irreprensibile. Bacchetta quanti, devoti e impegnati, si sentono in credito con Lui per aver speso tutta una vita nella parrocchia o nel volontariato. Per poi guardare con diffidenza gli “operai dell’ultima ora”, quelli che varcano la soglia della Chiesa in punta di piedi, magari alla fine della loro vita.

Il vangelo dice altro. L’amore gratuito del Padre va a tutti indistintamente, senza contabilità. A tutti dà un denaro. Uno.

Noi lo leggiamo come numero che definisce una quantità. E se fosse invece segno di totalità e pienezza?

Se vieni a lavorare nella mia vigna ti darò una vita che non manca di niente. Una vita completa, una vita di gioia.

La vigna è il luogo di produzione del vino, che è simbolo di felicità, non del “necessario” ma del “di più”, di sovrabbondanza. Lavorare nella vigna allora non è un peso, una fatica, ma un privilegio, una fortuna. È entrare nella vigna, nel Regno di Dio, che costituisce la vera ricompensa.

Un’ultima riflessione.

Le varie ore alle quali il Signore chiama: l’alba, le nove, mezzogiorno, le tre, le cinque.

Ore del giorno che possono alludere anche alle stagioni della vita. Il Signore chiama ad ogni età, rinnova il suo appello e ci chiede di lavorare per quanto via via siamo in grado di offrire. Ci chiama quando siamo nel pieno della giovinezza e del vigore e possiamo spendere tutte le nostre energie. Ma chiama anche quando le nostre forze man mano diminuiscono con l’età, fino a poter dare solo “un’ora di lavoro”. Al Signore non importa. Non siamo mai inutili. Neanche quando gli anni hanno fiaccato le nostre forze ma non la nostra disponibilità. Fino all’ultimo possiamo lavorare nella sua vigna e ricevere in cambio il privilegio di quell’unico denaro che è l’infinito del suo amore.

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