Meditiamo sulla Parola – XXIX domenica tempo ordinario anno A
Mt 25,15-21
Il vangelo di oggi è collocato nel contesto degli ultimi giorni di Gesù a Gerusalemme, è inserito in un insieme di tre parabole e quattro controversie (nei cap.21-22) ed è finalizzato ad evidenziare il contrasto crescente tra Gesù e i suoi avversari: v. 1-14 banchetto di nozze con il rifiuto degli invitati, molti sono chiamati pochi gli eletti; v. 15-22 tributo a Cesare; v. 23-40 domanda sulla Resurrezione, dove si dice che Dio è il Dio dei viventi e non dei morti e poi la domanda su quale fosse il comandamento più importante.
Nel brano odierno, ci troviamo nel Tempio, dove Gesù si recava ogni volta che era a Gerusalemme. I suoi insegnamenti sono molto seguiti, non solo dal popolo, vi partecipano anche i maggiori poteri religiosi e gli anziani. La loro attenzione non è dovuta all’apprezzamento per le parole di Gesù; in realtà essi detestano questo rabbi e profeta proveniente dalla Galilea che narra un volto di Dio estraneo alle loro categorie, cercano di trovare in lui un motivo per accusarlo.
Chi sono gli uditori? Erodiani e discepoli dei farisei, due facce note del pantheon del potere, i quali pur essendo nemici giurati tra loro, si accordano contro il giovane maestro di cui temono le parole.
I primi sono esponenti religiosi che davano molta importanza alle regole esteriori e alle formalità, come le purificazioni e le minuzie della legge, trascurando i valori più importanti come la giustizia, la misericordia e l’amore per il prossimo.
Gli Erodiani sono un gruppo politico ebraico del I secolo che sosteneva la casa reale rappresentata da Erode e aveva strettissimi legami con l’Impero romano. I Vangeli li citano come avversari di Gesù, spesso alleati con i farisei nonostante le profonde differenze religiose, perché la loro alleanza era dovuta solo al desiderio di coglierlo in fallo. Notiamo, però, che i farisei non vanno personalmente, ma inviano i loro discepoli, mostrano forse un certo pudore ad esporsi in prima persona.
Dopo averlo ascoltato, si ritirano in consiglio non dell’intero gruppo di potere, ma di un numero limitato di partecipanti che non può non rimandare all’altro che si terrà nel Sinedrio quando condanneranno Gesù, anche lì il verdetto scaturisce dalle opinioni di un piccolo gruppo, perciò appare come un drammatico preludio alla sua condanna, ormai già decisa.
Dopo essersi consultati, si recano di nuovo da Gesù e il loro primo approccio è sfacciatamente adulatorio, si rivolgono a lui usando una serie di appellativi che avevano lo scopo di prenderlo in giro, senza rendersi conto che finiscono per descriverlo in modo giusto, mettendo così solo in risalto la loro pochezza e meschinità. Quali sono questi appellativi?
Iniziano chiamando Gesù “Maestro”; già questa è, a tutti gli effetti, una lode e uno svantaggio per loro, infatti qui c’è una specificità importante: il termine Rabbi (cioè: mio grande) era un appellativo onorifico e rispettoso rivolto a un maestro spirituale, a un saggio o a un dottore della Legge. Abitualmente costoro avevano una propria scuola, erano gli studenti, esclusivamente maschi, a scegliere il maestro da seguire e a pagare per ricevere il suo insegnamento che aveva lo scopo di condurli alla conoscenza della Torah,. Gesù invece stravolge questo ruolo: è lui a scegliere i discepoli guidandoli a un discernimento personale e il rapporto di sequela non prevede alcun compenso. I discepoli seguivano Gesù gratuitamente; egli non imponeva un legame di tipo servile o accademico, ma viveva con i suoi discepoli come un fratello che si prende cura di loro. Il suo insegnare non era un fatto puramente intellettuale o scolastico, ma consisteva nel dare una direzione di senso alla vita e nel far crescere l’altro attraverso una profonda coerenza tra pensiero, parola e azione. Infatti, il messaggio che lancia ai suoi discepoli, quando li chiama, è uno solo: “lascia tutto e seguimi”. Il suo insegnamento non è basato sulla legge, ma su di lui, perché lui è la parola, la parola incarnata.
Altro appellativo che pronunciano è “ veritiero”; sì, Gesù è veritiero. In ebraico la parola verità è ermet e deriva dal verbo aman (אמן), che significa essere saldi, stabili, sicuri e affidabili. Oggi come allora essere veritieri richiede molto coraggio, occorre togliersi quella maschera che il più delle volte indossiamo. Essere veritieri non è altro che un atto d’amore verso sé stessi e gli altri conoscendosi per ciò che si è davvero, al di là delle finzioni. È, inoltre, uno svelamento della profondità della nostra relazione con Dio. La verità va di pari passo con l’amore, sono inseparabili, una verità senza amore diventa violenta o dogmatica, mentre l’amore senza verità rischia di diventare vuoto o fuorviante
Secondo le parole di Gesù, la verità ha lo scopo di liberare l’essere umano dal peccato, dalla paura e dalla menzogna, orientandolo verso la salvezza. Non basta però conoscere la verità a livello intellettuale, essa richiede di essere vissuta e testimoniata ogni giorno attraverso le opere e lo stile di vita del Vangelo. I farisei non avevano appunto capito che la verità non è una definizione intellettuale ma è una persona, è Gesù stesso. Lui è verità perché la fa, come si legge nel Deuteronomio “Egli è la roccia perfetta e l’opera sua, tutte le sue vie sono giustizia, è un Dio verace, senza malizia. Egli è giusto e retto.”
Gli oppositori di Gesù vogliono prenderlo in giro, ma finiscono col proclamarlo per quello che egli è, cioè essi stessi dicono il vero; Gesù, invece, non è nemico di nessuno, Dio non è l’antagonista della nostra gioia, non è l’avversario della nostra realizzazione.
Si arriva così al punto centrale del brano: è lecito, o no, pagare il tributo a Cesare?
L’inganno qui è ancora più sottile, gli ebrei sanno bene che le monete romane sono impure perché hanno un’effigie di Cesare, questo denaro non può nemmeno entrare materialmente nel tempio, non dovrebbe nemmeno essere utilizzato nella quotidianità.
Se Gesù rispondesse negativamente, allora mostrerebbe di essere un contestatore dell’imperatore, un nemico di Roma; se, al contrario, rispondesse affermativamente, potrebbe essere collocato tra i collaborazionisti dell’impero, odiati dalla gente semplice. La risposta di Gesù è cristallina: “Restituite (verbo apodídomi) dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”. Smaschera i subdoli piani dei farisei, senza cadere nella rete che gli è stata tesa, mostra un criterio fondamentale di comportamento: correttezza politica e sociale, occorre restituire a Dio ciò che è di Dio: l’uomo, il suo capolavoro!
Schiavizzato da Roma, bisogna restituirgli la sua dignità. Dio non vuole altro per noi che una vita vissuta all’insegna dell’amore, della misericordia, della carità! Ogni uomo e ogni donna vengono al mondo come vite che risplendono, come talenti d’oro su cui è coniata l’immagine di Dio e l’iscrizione: tu appartieni alle sue cure, sei iscritto al suo Amore.
Il Messia sta affermando che nessun potere terreno possiede un’autorità assoluta o divina sull’uomo. Cesare ha diritto alle tasse e all’ordine civile, ma la coscienza e la vita dell’uomo appartengono solo al Creatore.
Dice S. Paolo “I cristiani vivono nel mondo, ma non sono del mondo” e, giustamente, Paolo Curtaz commenta che dobbiamo: “essere presenti nella città degli uomini ma dobbiamo portare nel cuore la città di Dio”