Meditiamo sulla Parola – XXXII domenica tempo ordinario anno A
Mt 25,1-13
Il vangelo di questa domenica è incastonato all’interno di un rito estremamente importante nella vita del popolo ebraico: il matrimonio. Dobbiamo ricordare che la Bibbia fin dalle prime pagine sottolinea l’importanza dell’unione fra un uomo e una donna, come base per una società solida, funzionale alla vita delle prime tribù, dove, pur essendo accettata e ampiamente praticata la poligamia, si riservava alla famiglia strutturata da un atto formale un’importanza fondamentale. Lo stesso Gesù con gesti, presenze e parole ne sottolineerà l’importanza e il valore materiale e spirituale, dal banchetto di Cana, inizio della sua vita pubblica, alle varie parabole dove si fa riferimento al banchetto di nozze come parafrasi di quello del Regno, alla necessità di aderirvi dopo un invito regale, all’obbligatorietà di presenziarvi adeguatamente vestiti, alle risposte sulla liceità del ripudio o del divorzio contrapposti al progetto iniziale di unicità ed indissolubilità, al perentorio relativo ordine, al singolo e alla società “..non divida….” e così in altri brani significativi dove il rapporto stabile fra un uomo e una donna è concepito come molto più di un semplice contratto.
L’iter matrimoniale, a quel tempo, era molto lungo e ciascuna parte aveva, come sempre nella storia di Israele, sia un significato pratico che un valore ulteriore e trascendente, in estrema sintesi possiamo riassumerlo in alcuni punti salienti che erano ben conosciuti da chi ascoltava la parabola, ma forse meno noti a tutti noi: il fidanzamento o promessa stipulato fra le famiglie anche di soggetti giovanissimi; il contratto in cui, oltre all’accettazione degli obblighi generali, veniva stabilita una somma, da versarsi al padre della sposa, che in origine aveva il significato, da parte dello sposo, di riconoscere il valore della ragazza e di compensare la famiglia della perdita sia affettiva che in termine di forza lavoro; dopo circa 12 mesi seguiva il matrimonio effettivo, in genere svolto nelle ore serali che iniziava con lo spostamento della sposa verso la casa dello sposo, spesso distante diversi chilometri, accompagnata da un gruppo di ragazze, amiche non ancora sposate, che la scortavano verso una casa, una stanza o a volte solo una tenda dove la coppia si ritirava; seguiva il banchetto che poteva durare anche alcuni giorni. (Come si nota Matteo ha cambiato l’usanza consolidata, proprio per impedire la facile identificazione a una comune storia di usi e costumi particolari e consentire che venisse letta in termini universali).
Il brano del vangelo di domenica coglie proprio il passaggio della preparazione delle fanciulle che aspettano lo sposo, senza il quale, naturalmente, la festa non avrebbe potuto iniziare.
Le dieci vergini sono divise in due tipologie, come spesso accade nella cultura semitica dove la contrapposizione bene/male, saggezza/stoltezza, diligenza/pigrizia, ricchezza/povertà ecc. sono sempre contrapposte per evidenziarne la distanza, ma anche per favorire l’identificazione dell’ascoltatore. Una didattica rabbinica ben consolidata e diffusa a cui il Messia si rifà utilizzandola per rendere più accessibile all’uditorio il suo insegnamento. Alcune ragazze, dunque, si attrezzano di sole lampade, altre, più accorte, anche di una piccola riserva di olio che diventerà fondamentale a causa del ritardo dello sposo che giungerà, dice il testo, solo nel mezzo della notte. Segue l’affanno delle ragazze che non hanno olio in più, il loro allontanarsi per procurarselo e l’arrivo in ritardo al banchetto col mancato riconoscimento da parte del “Signore” (il padre della sposa? lo sposo stesso?).
Al versetto 1 è Gesù stesso che ci avvia verso la comprensione del testo “…il Regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che…”, richiamando l’espressione usata nelle Beatitudini di quindici giorni fa, siamo cioè nel momento in cui “si manifesta il compimento del progetto di Dio, quello di far entrare l’uomo nella pienezza di vita” (Associazione Il Filo-Napoli)., cioè, ancora una volta un’istruzione per realizzare quel Regno qui, ora e in modo compiuto.
Qualeè dunque la postura corretta del credente che, riconoscendo la bontà del progetto sul Regno, intende condividerlo e parteciparvi attivamente? Pronto a fare festa, a partecipare al banchetto, a dividere con altri la gioia di un evento buono e bello come la vita che ci è stata donata, colui che ha fede in Gesù deve essere consapevole che si avvia sulla strada di un’esperienza complessa e straordinaria, come le ragazze della parabola: sono amiche della sposa, ma soprattutto hanno deciso di fidarsi della parola dello sposo: sarebbe arrivato, quando non è dato sapere, ma il loro atteggiamento è fiducioso: certo arriverà! Questo è il giusto atteggiamento di ogni credente, avere la certezza che quanto promesso si compirà, ma non è sufficiente, non basta decidere di partecipare, occorre ben organizzarsi. L’attesa può essere lunga, la notte buia, può capitare di addormentarsi, va bene, ma l’importante è svegliarsi al primo richiamo e soprattutto aver la lampada accesa o, se si è spenta, avere di che ravvivarla. Questo ci viene chiesto, avere olio che possa bruciare, cioè forza, determinazione e volontà di vivere questa vita ricordandoci il compito di far luce ogni momento a sé e agli altri, per guidarli verso la gioia dell’incontro con lo sposo.
E se l’olio finisce? Serve chiederne alle altre, come se le vite fossero interscambiabili, con le varie esperienze, le varie situazioni, i diversi impegni nella pratica della giustizia? Serve andare in giro a cercarne da altri venditori accontentandosi di un progetto minore, dove la luce di una lampada non illumina più e dove si cercano altri fari alla cui luce procedere, dove si fanno scelte diverse, dove si privilegia la soluzione facile di compromesso per tirare avanti la vita?
Le ragazze lo capiscono davanti a quella porta chiusa, alla voce severa che sostiene di non conoscerle (e nella Bibbia il verbo “conoscere” ha significati secondi che parlano di rapporti personali, profondi, vitali), all’impossibilità di partecipare appieno alla Gioia.
Forziamo un po’ la parabola ed immaginiamoci un seguito: dopo un po’ il Signore, travolto dal solito amore esagerato che ha per la sua creatura, aprirà una porticina sul retro e alle ragazze ormai consapevoli e contrite di aver trascurato “la parte migliore”, dirà di entrare, perché la festa è per tutti, nessuno escluso e il suo Amore è senza misura.