Meditiamo sulla Parola – IV Domenica di Quaresima
Il lavoro spirituale che siamo chiamati a fare è il rinnovo della nostra vita. Riconoscere la Parola di Dio in noi.
Come avviene questo?
Dio agisce come forza creativa ma non si sostituisce mai alle creature sebbene fragili ed effimere.
L’azione di Dio non si aggiunge dal di fuori ma alimenta, sostiene, stimola a collaborare senza condizionare l’autonomia della persona.
Fa fiorire dal di dentro.
Offre la possibilità di diventare.
Nel libro della Genesi troviamo la formula: «In principio Dio creò il cielo e la terra».
Non un inizio temporale ma la fonte che lo costituisce.
Giovanni nel prologo della sua opera ribadisce: «In principio era il Verbo».
Anche qui c’è una fonte da cui tutto dipende, scaturisce.
L’esperienza che accomuna tutti consiste nel saper cogliere la totale dipendenza da forze più grandi di noi.
Questo riguarda tutti i livelli: fisico, biologico, psichico, spirituale. Più la vita cresce, più la perfezione cresce. Essere creature vuol dire dipendere in stato permanente.
Questa consapevolezza è essenziale per la vita spirituale altrimenti non viviamo in modo autentico.
Molte culture ancor più del cristianesimo mettono in luce la precarietà del creato.
Gli Ebrei fino a due secoli prima di Cristo credono che con la morte finisca tutto.
La dipendenza dal divino è universale in ogni tempo, in ogni religione e in ogni cultura.
A Dio si fanno risalire anche gli eventi della storia: «Fa uscire Israele dal paese d’Egitto… divide il mar Rosso in due parti»
Questo riferimento continuo a Dio è impressionante ma bisogna fare attenzione al rischio di cadere in una visione miracolistica della storia, in una interpretazione magica.
L’azione di Dio offre la possibilità di essere e di agire.
Jahvè dal braccio forte non sostituisce l’uomo né lo determina.
Bisogna aprirsi all’azione di Dio ma per quanto riguarda l’operare tocca a noi.
Dio non realizza la realtà, non fa il tavolo come lo fa il falegname, la casa come la fa l’ingegnere ma comunica la forza necessaria per operare ed amare.
Non impone ma propone tutte le possibilità che la creatura è in condizione di sviluppare.
Possiamo diventare tante cose ma sempre immagine di Dio, figli suoi anche se con modalità diverse.
Sono possibili diversità di cammini.
Dobbiamo discernere quelli che sono più significativi ed efficaci per raggiungere la nostra identità definitiva.
Questo non è il tempo delle elemosine ma delle scelte.
Tutto il resto è relativo perché per il credente solo Dio è assoluto.
Paolo ai Romani: «Io sono persuaso che né vita, né angeli, né principati, né presente, nessuna creatura può separarci dall’amore di Dio che è in Cristo Gesù nostro Signore».
Il processo della vita deve lasciare intravedere un fine, un orientamento.
Un fine che sia onesto, grande, che vada bene per credenti e non credenti.
Il fine giusto è dedicarsi al prossimo.
Non si tratta di un progetto imposto, ma una attrattiva che viene esercitata.
Colui che è amato come si muove verso gli altri?
Attira, affascina, non spinge.
Dio non impone la perfezione; la induce amando, chiamando e offrendo.
Occorre ritornare a dialogare con Dio nella nostra totalità convinti che con la sua azione ci precede sempre.
Geremia: «Prima di formarti nel grembo materno io ti conoscevo, prima che tu nascessi io ti avevo messo da parte»