Domenica 15 maggio, tra i santi proclamati da papa Francesco, c’è anche fratel Carlo de Foucauld, nato a Strasburgo da una famiglia nobile il 15 settembre del 1858.

A sei anni, dopo la morte di entrambi i genitori, è affidato al nonno materno.

Studia senza difficoltà, ama i libri, legge di tutto. Più tardi beneficia di una consistente eredità che dilapida in breve tempo.

Così descrive la sua condizione: “Dormo a lungo, mangio molto, penso poco”.

Confessa: “Mi allontano sempre più da Te, la mia è una condizione di morte. Proprio in questo stato Tu mi custodisci ancora.”

A 22 anni si trasferisce in Algeria, dove è notato per le sue qualità di soldato esemplare.

A proposito dei suoi viaggi afferma: “È un peccato fare dei viaggi come un turista. Il viaggio va affrontato seriamente”. In particolare, è attratto dal Marocco, paese poco conosciuto.

La testimonianza musulmana suscita in lui la domanda: “Esiste Dio?”

Al termine del viaggio pieno di difficoltà dice soddisfatto: “Ci sono riuscito, è stata dura ma molto interessante”.

Il mondo scientifico dell’epoca è entusiasta del suo lavoro.

A Carlo non interessano gli elogi formali, lascia tutto e si stabilisce a Parigi nel 1886.

Si avvicina alla fede cattolica e trascorre in una Trappa sette anni.

Al termine di questa esperienza torna a Nazaret ove vive nel silenzio e nel nascondimento. Presso le monache Clarisse esercita il dono della diaconia-servizio.

Per condividere con altri l’esperienza di Nazaret, scrive la regola dei Piccoli Fratelli.

Nel 1901 in Francia è ordinato prete.

Successivamente parte per il Sahara. Per stabilire legami di comunione, impara la lingua dei nomadi del deserto.

“Mi sono sentito chiamato ad andare verso le pecore perdute, per compiere verso di loro il comandamento dell’amore”.

Non vuole convertire, ma vuole amare gridando il vangelo con la vita.

Ogni giorno trascorre ore in preghiera dinanzi al tabernacolo. Dice: “Quando si ama, si vorrebbe parlare senza mai smettere con la persona amata; si vorrebbe guardarla senza sosta.”

La preghiera è intrattenersi familiarmente con l’Amato.

Decide di andare verso i Tuareg per visitare le popolazioni sottomesse. In un contesto totalmente musulmano si dedica alla preghiera e al lavoro manuale (San Benedetto parla di “Ora et Labora”).

Tutto compie con estrema semplicità. La sua è una testimonianza affascinante del vangelo.

Nell’enciclica Fratelli Tutti è presentato come persona capace di una intensa esperienza di Dio.

La sua testimonianza offre diversi spunti di riflessione:

  1. Il grande valore della vita interiore, un abbandono fiducioso in Cristo.

In un mondo frenetico e spesso superficiale, sono molti che cercano oasi di silenzio per avere un rapporto nuovo con Dio, con sé stessi e con gli altri. In un contesto culturale che spinge all’attivismo frenetico che tutto divora, è importante trovare spazi e tempi per alimentare la sorgente interiore.

Avverte Karl Rhaner: “Il cristiano del futuro o sarà mistico o non sarà niente”.

  1. Interessante è il suo stile di vita. Stare al mondo con mitezza e umiltà.

Le cose ingombranti non favoriscono ma impediscono l’incontro.

Ignazio di Antiochia (I secolo) scrive: “È meglio essere cristiani senza dirlo che proclamarlo senza esserlo”.

A un cristianesimo sempre tentato dalla forza dei muscoli e dall’eccesso di parole, fratel Carlo propone la logica del dono che esclude ogni pretesa di contraccambio. Per creare legami, infatti, occorrono tempo e pazienza. Non un semplice proposito ma qualcosa di verificabile nei fatti. Non cerca i risultati ma si abbandona a Dio.

Purtroppo, siamo troppo sicuri di noi stessi, ci illudiamo di essere agenti di perfezione al riparo dal male di ogni genere.

Il 1 dicembre del 1916 muore assassinato nel deserto Algerino.

Rimane fino alla fine in mezzo ai suoi amici. “Quando il chicco di grano che cade in terra non muore, resta solo; se muore porta molto frutto”.

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