Meditiamo sulla Parola – Corpus Domini

Oggi nel campo ecumenico, come nel dialogo tra le religioni, è ricorrente l’interrogativo: “Come mai proprio intorno alla Cena del Signore si è sempre annidato ogni tipo di controversia? Come mai ancora oggi si impedisce ai cristiani delle diverse confessioni di sedere insieme all’unica mensa alla quale tutti sono stati chiamati?

Le ragioni sono sostanzialmente tre:

  1. Le chiese spiegano le parole di Gesù sul pane: «Questo è il mio corpo» e sul vino: «Questo è il mio sangue».

Gesù, l’apostolo Paolo, i testimoni del primo secolo, hanno preferito il silenzio alla spiegazione. Il loro silenzio merita di essere preso sul serio.

«Non è bene parlare quando la bocca di Dio è chiusa» (Calvino).

Questo silenzio dispone all’ascolto, alla meditazione, alla ruminazione fatta con fede e gratitudine.

Le spiegazioni date dalle Chiese a volte sono contrastanti.

Le nostre spiegazioni dividono, mentre le parole di Gesù uniscono.

 

  1. Le chiese si sono rapidamente impadronite della Cena, ne fanno una proprietà esclusiva.

Si sentono autorizzate persino di redigere la lista degli invitati.

Escludono coloro che giudicano indegni, dimenticano che Gesù non esclude neppure Giuda.

La mensa dei peccatori è diventata la mensa dei giusti e il luogo della comunione si trasforma in luogo della scomunica.

Ci chiediamo: “È possibile superare questa situazione perché non tiene conto delle parole di Gesù: «Padre, fa che siano una cosa sola»?”

È possibile a una condizione: che le chiese prendano coscienza che la Cena non appartiene a loro, ma al Signore. Non si tratta di soddisfare il proprio compiacimento, ma prestare un servizio.

 

  1. Altro ostacolo contro l’unità è la questione del ministero.

Il Concilio vaticano II, nel documento “Unitatis Redintegratio” riconosce, con parole molto belle, ciò che c’è di positivo nelle chiese sorelle.

Ciò che nella Cena unisce i cristiani sono il pane, il vino e le parole di Gesù, non le varie interpretazioni.

Occorre sapere: Successione apostolica non significa succedere ad un altro apostolo, significa comunicazione dello Spirito attraverso l’imposizione delle mani.

Chi legge le lettere dell’apostolo Paolo non può non essere colpito dalla frequenza con cui egli invita i lettori ad essere suoi imitatori.

Non una successione nel tempo ma nella qualità.

C’è un fatto di capitale importanza: tutte le chiese riconoscono nella Cena che Gesù è risorto e come vivente convoca la comunità. Presiede la mensa, benedice il pane e il vino, segue la distribuzione ai discepoli.

Il ministro, come dice la parola in latino, significa non padrone ma servo. E un servo non è superiore al suo Signore e in nessun caso ne prende il posto.

 

È indispensabile recuperare la coscienza della centralità di Gesù come appare nell’ultima Cena.

Rispetto al tempo passato l’ecumenismo conosce delle vere primavere ma anche delle gelate invernali.

Occorrono iniziative che rendono possibile ai cristiani che lo desiderano, la condivisione del pane e del vino eucaristici.

Tra le altre iniziative, c’è l’ospitalità eucaristica.

Quale lo stato di salute di questa iniziativa?

Da alcuni è contestata, da altri praticata.

Su che base può avere luogo l’ospitalità?

Il primo elemento base è l’invito di Gesù, non esclusivo ma inclusivo: «Venite tutto è pronto» (Lc 14,17).

Questo crea un vincolo di unità, di condivisione e non di uniformità.

La condivisione elimina la tentazione del ghetto.

In secondo luogo, come cristiani dobbiamo riconoscere di essere tutti e sempre ospiti.

L’ospitalità eucaristica non è la mèta, ma una tappa che potrebbe rivelarsi decisiva.

Non possiamo eludere il costante appello all’unità che il vangelo di Gesù Cristo non cessa di rivolgerci, non possiamo rimuovere la parola di Dio che ci sprona a essere «Una cosa sola perché il mondo creda» (Gv 17,21).

 

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