Meditiamo sulla Parola – XXXII Domenica tempo ordinario anno C
Tutti noi sappiamo di dover morire. È l’unica cosa certa. La nostra esistenza è racchiusa tra due date: la nascita alla vita biologica e la nascita alla vita eterna. Eppure, quando la morte, soprattutto di una persona cara, bussa alla nostra porta ci destabilizza e ci disorienta.
La morte costringe a confrontarci con le domande fondamentali che sistematicamente eludiamo:
- Da dove vengo?
- Dove vado?
- Se tutto finisce perché impegnarsi?
- Quale senso, quale significato ha la nostra vita?
Il fratello non credente è convinto: “Nessun creatore, veniamo dal nulla e ritorniamo nel nulla. Nessun piano provvidenziale perché siamo figli del caso e della necessità”. Tutto è vanità, soffio: vanità delle vanità. I Sadducei ritengono persino ridicola la credenza della vita dopo la morte che era sostenuta invece dai farisei. Questo deve creare in noi stupore e apprezzamento. Pur con le inevitabili debolezze, è completamente disinteressato. Ama il suo Signore pur non avendo ancora una prospettiva dell’aldilà.
Il credente, invece, parla di sorella morte, «dies natalis» ma non è indifferente. Gesù piange per la morte di Lazzaro, nel Getsemani è sconvolto. Il credente cerca di scorgere il sole dietro le nubi, di vedere la spiga dietro al seme che marcisce.
La morte chiama, mette in discussione la nostra fiducia. Mette in crisi pensieri, affetti, sentimenti. Sottopone il nostro credo ad una severa verifica.
Secondo il NT, l’esistenza umana non è il passaggio dalla vita alla morte, ma passaggio dalla morte alla vita. La morte è alle nostre spalle, la vita è davanti a noi. La vita eterna non è la vita di domani dopo la morte, ma la vita di oggi contro la morte. Non si tratta di sapere come diventare amici della morte ma come restare amici della vita.
Che cosa è necessario? La fraternità, la solidarietà, l’empatia sono semi di eternità, di risurrezione. Dice Paolo: «Tre sono le cose che contano: fede, speranza e carità».
La speranza dà sostanza al presente. Ogni esistenza cristiana che vuole essere autentica rimane sotto il segno dell’esodo, del vivere lontano da ogni riparo sicuro.
La fede contesta tutto ciò che sul suo cammino si presenta con la presunzione dell’assoluto.
Purtroppo, anche noi consideriamo la morte non come sorella, ma come la fine di tutto. Dinanzi a noi non c’è la notte ma l’aurora, non l’inverno ma la primavera appena cominciata.
Negli anni passati i nonni, gli anziani, i malati venivano assistiti e morivano in casa circondati dall’affetto e dalla cura dei propri familiari. Oggi la morte è diventata una realtà oscena. Eppure, le scienze umane dicono che non è pericolosa la conoscenza della morte ma il suo nascondimento.
Interessante è il linguaggio corrente: al bambino non si dice che la nonna è morta ma che è andata in cielo tra le nuvole. Il fratellino è diventato un angelo.
Sempre negli anni trascorsi si chiedeva nella preghiera di non morire per morte improvvisa, cioè senza una adeguata preparazione. Oggi ciò che era spaventoso è divenuto desiderabile. Non bisogna rassegnarsi ma bisogna lottare. Resistenza e non resa.
Giovanni nella sua prima lettera afferma: «chi non ama è nella morte». Lottare contro la morte è fare della propria vita una vita per gli altri, una pro-esistenza. Con la risurrezione Dio vuole essere tutto in tutti. Credere nella risurrezione significa adoperarsi per l’unità delle cose di Dio con le cose dell’uomo. Paolo precisa: «Se Cristo non è risorto è vana la vostra fede. Se abbiamo avuto speranza in Cristo solo in questa vita siamo da compiangere più di tutti gli uomini».
La morte non ha l’ultima parola. Non sappiamo quali forme assumerà, ma secondo la promessa, è vita piena.
Guglielmo vescovo di Magonza sta per morire. Agli addetti al cerimoniale che si accingono a rivestirlo dei paramenti episcopali dice: “La scena è finita ora inizia la verità”. Per entrare nello spazio della verità occorre non cadere nella illusione di essere immortale. Nessuno vive invano. Dicono i padri del deserto: «Anche se cadrò nell’inferno cadrò nelle sue braccia, perché in Cristo Dio è in ogni luogo».