Meditiamo sulla Parola – Maria SS. Madre di Dio – anno A
All’inizio di un nuovo anno civile chiediamo al Creatore di tutte le cose:
- la fierezza necessaria per affrontare le sfide vecchie e nuove;
- la generosità per accogliere e condividere;
- la saggezza pensosa di fronte alle domande che cercano risposte;
- la franchezza nell’approvare e nel dissentire;
- una compassione che non si accontenta di elemosina, ma crea soluzioni, si dà da fare e si fa carico dei più fragili.
La dominante del nostro tempo è la paura di dover affrontare le difficoltà senza sapere come. Abbiamo paura dell’ignoto, paura del futuro. Questo induce a chiudersi in se stesso e a diffidare di tutti, ci porta a costruire muri di difesa contro nemici veri o presunti e ad accumulare con affanno.
Alla porta delle paure bussa l’inquietudine con la sua provocazione: “Ma gli altri dove sono? Cosa si fa per loro? Cosa fai per loro?”
Non si giustifica un benessere a spese delle risorse altrui. Chi si chiude in se stesso, muore. Dinanzi a realtà complesse, non dobbiamo avere la pretesa di possedere ricette risolutive e improvvisate. Occorre, invece, saggezza, disponibilità alla fatica dello studio e all’approfondimento e una mentalità aperta.
Come Abramo, dobbiamo aver fede, sperando contro ogni speranza. Senza speranza non si può desiderare di generare vita.
Tagore soleva ripetere: “Ogni bambino che viene al mondo, viene a dirci che Dio ci vuole bene”.
La speranza non è un semplice sentimento consolatorio, ma è la risposta a una promessa che chiede adesione e accoglienza del dono. Perché questo avvenga, bisogna avere la consapevolezza del proprio limite radicale. Occorre passare dalla difesa dall’altro alla difesa dell’altro. C’è una Parola affidabile che rivela che non siamo destinati al nulla, siamo dei capolavori unici e irripetibili. La nostra vocazione ci autorizza ad avere stima di noi stessi, per mettere a frutto i talenti ricevuti per il bene di tutti. Ciascuno è portatore di infinite possibilità.
L’individualismo, la dittatura del relativismo (Benedetto XVI) è la radice più profonda dell’infelicità. È un virus difficile da sconfiggere.
In un momento di emergenza e di disagio, bisogna prestare attenzione al grido delle nuove generazioni: “Dateci buone ragioni per diventare adulti. Testimoniate che vale la pena di essere responsabili, diteci che sono possibili rapporti stabili e appassionati”.
La nostra non può essere e non deve essere la generosità del superfluo o degli avanzi. La solidarietà non è un’appendice dell’economia, ma un principio rivoluzionario: “Gli altri ci sono necessari”. Mai senza l’altro. Non chiediamoci “gli altri chi sono”, piuttosto chiediamoci “cosa posso fare per loro”.
Questo primo giorno dell’anno sia una festa di immensa speranza. Attendiamo con occhi spalancati e con stupore l’arrivo di quell’imprevisto che cambia il finale in una partita che sembrava persa.