Meditiamo sulla Parola – II Domenica di Quaresima anno A
Gesù prende con sé Pietro. Giacomo e Giovanni e li porta sopra un monte alto dove si trasfigura. Questi tre discepoli li troviamo addormentati sul Monte degli ulivi, nell’ora dell’estrema angoscia.
Nella cultura biblica il Monte è il luogo della particolare vicinanza con Dio. Anche il tempio è posto su un alto monte, che implica una salita e una discesa. Il monte libera dal peso della quotidianità e consente di respirare l’aria pura della creazione. In alto è possibile vedere largo, superare ogni forma di meschinità. Nella nostra vita irrompe, a volte, un’armonia inaspettata, le assurdità più strane trovano il loro senso.
Gesù è alla presenza di Mosè, l’uomo del Sinai e di Elia, l’uomo del Carmelo. Si parla della Croce non come supplizio crudele, ma come esodo, un passaggio da una condizione miserabile ad una condizione gloriosa, il volto del maestro brilla come il sole, le vesti diventano candide come la luce. Nella preghiera, il suo volto cambia di aspetto. Avviene una trasformazione. Della sua persona è rivelato ciò che è impenetrabile, nascosto.
Essenzialmente, la Trasfigurazione è una esperienza di preghiera. Le vesti candide sono tali perché lavate nel sangue dell’agnello. Vano è ogni tentativo di lavare le vesti per altre vie. Dice Gesù: “Senza di me non potete far nulla”.
I tre discepoli sono sconvolti dinanzi alla grandezza e allo straordinario di quel che accade. Pieni di paura cadono a terra. La luce evidenzia la loro miseria e si sentono come paralizzati.
Lévinas: “Il suo volto entra nel nostro, sebbene appartenga ad una sfera assolutamente estranea”. Pietro prende la parola, anche se non sa quel che dice: “Maestro, è bello per noi stare qui. Facciamo tre tende, una per te, una per Mosè e una per Elia”. Vuole dare continuità all’evento.
Questi eventi sono rari, ma chi li sperimenta procede più facilmente nella propria vita.
Non possiamo disporre di Gesù perché appartiene ad una sfera ancora inaccessibile. La pagina evangelica di oggi ci presenta luci e nubi, parole comuni e parole alte, reazioni sapide e reazioni insensate. Nel volto di Cristo, la lontananza si trasforma in prossimità, la trascendenza si fa rassicurazione. Le capanne sono segno della protezione divina nel deserto, ma sono anche la prefigurazione del tabernacolo divino. I tempi messianici sono arrivati. La nube narra la presenza di Dio con noi: “Tu sei mio figlio”. A questa solenne proclamazione si aggiunge l’imperativo: “Ascoltatelo”.
Giacomo nella sua lettera esorta: “Sia ognuno di voi svelto ad ascoltare, lento a parlare, lento all’ira. Deposto ogni comportamento disordinato, accogliete con mitezza la parola seminata in voi, la quale ha il potere di portarvi alla salvezza. Siate operatori della parola e non soltanto ascoltatori, ingannando voi stessi. Se uno è ascoltatore della parola e non opera di conseguenza è simile a un uomo che esamina il proprio volto naturale in uno specchio. Questi osserva sé stesso, ma poi se ne va e dimentica com’era. Chi invece fissa lo sguardo sulla legge perfetta e in essa persevera, non ne sarà ascoltatore o smemorato, bensì realizzatore. Costui è felice in questa e in ogni sua attuazione”.
Oggi come sempre, siamo affamati di vedere cose prodigiose (apparizioni, miracoli). Dimentichiamo che se lo Spirito non apre l’orecchio all’ascolto, la vista può portare fuori strada.