Meditiamo sulla Parola – V Domenica di Pasqua anno A
“Io sono la via, la verità e la vita”.
Cosa è la verità? Nessuno ha la risposta esauriente. La verità non è qualcosa che già esiste e che va solo scoperta e trovata ma è un processo in divenire, un cammino che non prevede improvvisazioni. Non è un oggetto da contemplare/conoscere ma qualcosa di pratico e di trasformativo.
Nel tempo le definizioni di verità sono state diverse.
I greci chiamano la verità aletheia, che vuol dire “nascosto”. Da questa stessa parola deriva in italiano: latente, letargo.
Nella cultura del vedere si ritiene che la verità sia ciò che si vede, ciò che è manifesto.
Un altro verbo fondamentale è orao da cui deriva la parola italiana “panorama”, cioè visione totale.
È noto il mito della caverna di Platone che riconosce nell’immagine della caverna ciò che noi siamo per natura.
Alcuni schiavi che stanno sul fondo della caverna. Sul muro vedono proiettate le ombre delle cose che sono fuori. Vedono ombre che scambiano per cose vere. Per colui che non vede altro, la verità non è altro che ombra. Uno esce fuori e si rende conto che ciò che è proiettato nella caverna non corrisponde a cose vere ma sono delle riproduzioni. Vuole avvertire i suoi compagni in schiavitù ma coloro che non sono usciti e non hanno visto, lo deridono.
Questo mito fa capire che per trovare la verità occorre uscire dalla propria dimensione e non restare imprigionati a ciò che vediamo proiettato.
Per San Tommaso la verità è corrispondenza tra pensiero e parola (adeaquatio rei et intellectus).
La dimensione della verità non è verbale (dire la verità) ma pratica (fare la verità). In ebraico verità è Emeth che vuol dire “fare la verità”. Ciò richiede un continuo lavoro di formazione e di approfondimento per giungere ad avere uno sguardo più esteso sul mondo.
La verità non sopporta la fuga o la rinuncia. Si richiede un punto di riferimento costante: la scoperta della nostra interiorità. Sant’ Agostino: “In interiore homine abitat veritas”: la verità abita nell’interiorità dell’uomo.
In Gv 18,38, Gesù è di fronte a Pilato che chiede: “Che cosa è la verità?” Questa domanda spesse volte è fraintesa perché non la si colloca nel suo contesto che è quello della passione. Secondo Luca l’angoscia del condannato è così forte che trasuda sangue (diapedesi = trasudamento di sangue). Gesù è condotto davanti alle autorità, infine davanti a Pilato che non è un Giudeo ma un romano per il quale il vero corrisponde al reale. Al governatore risponde: “Sono venuto a dare testimonianza alla verità”. Secondo il testo greco dei LXX, traduce: “Sono venuto per essere martire; per essere testimone della verità. Chiunque è dalla verità ascolta e obbedisce alla mia voce”.
Un monaco del 1250 scrive: “quaerere veritatem in dulcedine caritatis”: cercare la verità con la dolcezza della carità, fare ogni cosa secondo la sua verità. Non qualcosa di programmatico ma ciò che di volta in volta è giusto qui ed ora.
Benedetto XVI: “I cristiani non potranno mai dire di possedere la verità. Uno che dice questo è uno stolto perché la verità ci precede e noi non la possediamo. Come pellegrini cerchiamola insieme a tutti gli uomini”.