Meditiamo sulla Parola – VI Domenica di Pasqua anno A

Per l’uomo – essere di relazione – è duro accettare l’esperienza della solitudine. Le relazioni positive consentono di intessere rapporti costruttivi e di realizzare una vita dignitosa. Quando le relazioni si spezzano, quando sono mortificate, quando si rivelano inesistenti, l’uomo si sente povero, incompleto e disorientato.

Anche nell’esperienza della fede una mancanza di rapporti assume un carattere acuto e pungente.

Consapevole di questo Gesù promette lo Spirito, cioè la capacità di amare e di essere in dialogo con gli altri. 40 giorni dopo la Pasqua abbiamo la solennità dell’Ascensione. Il rabbi di Galilea non abbandona il suo gregge ma in mille maniere assicura la sua presenza. Desidera che trovino coraggio e vivano esperienze di comunione. Lo Spirito Santo è colui che continua l’opera di Gesù nel tempo e nello spazio.

SE MI AMATE, OSSERVERETE I MIEI COMANDAMENTI.

Queste parole dovrebbero metterci in crisi. Noi crediamo che il rispetto dei comandamenti renda discepoli e meritevoli dell’amore del Padre. Partecipo alla Messa domenicale per stare a posto con la coscienza e garantirmi l’amore dell’Altissimo. Il ragionamento di Gesù è altro: l’amore non è calcolo, non è merito ma è gratuità. Di conseguenza il nostro criterio subisce un rovesciamento. Il nostro cuore deve avere lo stesso stile del cuore di Dio.

I comandamenti non si comprendono nello spazio della legalità ma nella libera possibilità di una vita buona secondo il Vangelo. Una fede verace non si esaurisce nello spazio del sacro ma permea il tessuto familiare, il lavoro, il tempo libero e tutte le altre situazioni. Gesù dice con chiarezza che nessuno può dire di amarlo, nessuno può dire di essere un buon cristiano, di avere fede in lui se non osserva i comandamenti e così rendere visibile la propria fede.

Il Maestro sente come suo ogni discepolo che ha il coraggio di accogliere la sua proposta. L’esperienza della fede cristiana non può essere pienamente vissuta senza una adesione incrollabile.

Lo sguardo del Padre supera le estrazioni sociali; dimentica le potenzialità economiche e altri condizionamenti sociali. Tutti possono, come il lievito e il sale evangelici, dare sapore senza essere invasivi e fuori misura. Il cibo deve essere sapido ma non salato.

“Guardate come si amano”. Così i pagani a proposito dei primi cristiani.

Lo Spirito annunciato da Gesù deve essere concreto, reale, afferrabile altrimenti come è possibile riconoscerlo e vederlo? Di fatto la parola Spirito evoca tutt’altro. Lo Spirito donato da Gesù è concreto, fa vivere l’uomo non da spettatore ma da protagonista. Gesù entra nei solchi della terra, non si accontenta di sfiorarli.

L’azione del Paraclito non si limita all’azione spirituale ma agisce sugli avvenimenti e sulle persone. Basta ricordare il dinamismo che anima i profeti, il comportamento degli uomini saggi che vivono in conformità all’ispirazione divina. Il primo Testamento è attraversato da questa forza intensa che anima tutto, supera ogni ostacolo, consola ogni pena, conduce a compimento l’opera intrapresa.

Il cristianesimo mette radici, progredisce e si sviluppa grazie soprattutto alla testimonianza dei martiri.

Conoscere lo Spirito vuol dire essere attenti alla storia degli uomini. Questo aiuta a sperare nella buona e nella cattiva sorte.

Dalla liturgia della VI domenica di Pasqua emerge l’esperienza di fede come relazione, come unione con Dio e con gli uomini. Il Padre non ci ha costituiti amici ma fratelli. Gli amici col tempo possono non riconoscersi mentre essere fratelli è qualcosa di indelebile.

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