Meditiamo sulla Parola – III Domenica di Pasqua anno C
Gv 21,1-19
L’evangelista con un linguaggio di simboli, immagini e continui rinvii all’Antico Testamento invita a riflettere sulla presenza del Cristo nella vita quotidiana del cristiano. Se infatti nel capitolo precedente le manifestazioni del Risorto avvengono nei giorni festivi e in un luogo chiuso, sacro, simile ad una chiesa, questa terza manifestazione avviene in un luogo profano e in un giorno feriale. Il cristiano non è tenuto a fare esperienza del Signore Risorto e vivo nel pane spezzato, soltanto la domenica quando si riunisce con la comunità per l’Eucarestia, ma anche nella quotidianità quando è impegnato nelle attività professionali.
Il racconto si apre con la presentazione di Pietro e i discepoli su una piccola imbarcazione, pronti ad andare a pescare sul mare di Tiberiade. Il mare è per gli ebrei luogo di impurità, abitato da forze demoniache. Quando si parla del mare si fa riferimento ad un’enorme distesa d’acqua. Nel brano si fa parla del mare di Tiberiade impropriamente per indicare un piccolo laghetto. In realtà il riferimento al mare di Tiberiade, città edificata da Erode Antipa e dedicata a Tiberio nella quale mai Gesù aveva fatto visita, è un chiaro rinvio al mondo pagano.
Fin dalle prime righe, dunque, si delinea la missione salvifica cui sono chiamati i discepoli: pescare ossia tirar fuori, liberare gli uomini da una condizione disumana, di non vita, per condurli ad una realtà più umana, farli diventare uomini veri.
La barca, simbolo della chiesa è occupata da sette discepoli (numero che indica la pienezza) ovvero le identità spirituali delle comunità cristiane di ogni tempo. Vi sono: Pietro un rinnegato una testa dura, l’unico che nel Vangelo è chiamato diavolo perché si opponeva alla proposta del maestro; Tommaso Didimo gemello, che ha un continuo bisogno di verificare, ama Gesù ma poi si allontana dalla comunità, rimane legato perché non è d’accordo con ciò che accade nella comunità, poi torna; due figli di Zebedeo, figli del tuono, un po’ fanatici e intolleranti, i Cristiani di oggi che vogliono imporre le loro convinzioni (Lc 9,54) ma onesti e aperti ai segni dei tempi (Natanaele di Cana di Galilea è il vero israelita, il discepolo dal cuore puro, limpido ha tanti dubbi ma quando si rende conto di chi ha di fronte aderisce completamente alla proposta di uomo che gli viene fatta), e anche i cristiani anonimi che non sono conosciuti da nessuno sono aggiunti per arrivare a sette. In questi si riconoscono coloro che non si identificano nelle figure dei discepoli descritti. Siamo noi con le nostre fragilità. Potrebbero rappresentare anche coloro che sono discepoli senza saperlo poiché si adoperano per perseguire lo stesso obbiettivo dei cristiani: costruire un mondo più umano. Siamo dunque dinanzi a un gruppo aperto dove c’è spazio per chiunque voglia costruire un mondo nuovo.
La prima parte dell’attività si svolge durante la notte. Le tenebre hanno un’accezione negativa, esse impediscono all’uomo di orientarsi con sicurezza nello spazio. La notte rappresenta lo svolgimento del lavoro contando soltanto sulle proprie forze, seguendo le logiche del mondo e secondo le astuzie umane. Questa attività nonostante venga svolta con il massimo impiego non conduce ad alcun risultato.
Giunge l’alba. Gesù è in piedi sul litorale. Si trova già sulla terraferma, la condizione definitiva dei risorti dove giungeranno anche i discepoli al termine della loro missione. Paolo a Timoteo “È giunto il tempo di sciogliere le vele” la conclusione della vita in questo mondo è una partenza verso luoghi meravigliosi inizio della vita definitiva con il Risorto.
I pescatori non lo riconoscono; il Cristo è in una condizione non percepibile con i sensi umani, ma soltanto con gli occhi della fede. Si rivolge ai discepoli chiamandoli Figlioli con la tenerezza di chi pur essendo ormai giunto alla Vita Eterna non dimentica ed abbandona chi è ancora “in mare” ad affrontare pericoli e difficoltà. Chiede loro se hanno del companatico, qualcosa da aggiungere al pane già spontaneamente offerto da Lui. La risposta è un secco no carico di delusione.
Gesù indica come raggiungere il risultato della pesca; gettare le reti dalla parte destra della barca. La parte destra della barca è la parte buona. A questo punto entra in scena il discepolo amato dal Signore; è colui che ha uno sguardo che gli permette di riconoscere il Risorto.
Pietro dopo aver riconosciuto il Signore si cinge le vesti. C’è un verbo importante che viene usato “diazonemi” rivestirsi. È usato solo due volte in tutto il NT; ricorre in questo episodio e quando il Cristo si è rivestito del grembiule simbolo del servizio. È il grembiule che Pietro non voleva indossare perché rifiutava il gesto di Gesù di lavare i piedi dei fratelli, di servirli di scendere all’ultimo gradino perché grande è chi serve non chi è servito. Adesso che vede dove è finito Colui che era servo che è Risorto comprende, si cinge dell’abito del Maestro, la divisa che caratterizza ogni cristiano indossa l’abito nuovo il grembiule.
Dopo che i discepoli hanno ascoltato la Parola del Signore hanno ottenuto un grande risultato.
Notiamo che Giovanni non dice i sette vedono Gesù. Ciò che vedono è la brace, il pane e il pesce.
Il pane è Gesù nell’Eucarestia si offre come pane. Oggi vediamo il Risorto che continua a offrirsi a noi e si presenta come pane. Nell’ultima cena ha invitato i discepoli ad assimilare la loro vita alla sua a farsi pane.
Il pesce, acronimo di Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore il frutto del lavoro apostolico offerto a Cristo. Il risultato della missione della chiesa è indicato dalla straordinaria quantità di pesci pescati una moltitudine di uomini salvati: 153. Questo numero ha un significato simbolico. Risulta da 50×3+3. Per gli israeliti il numero cinquanta indicava tutto il popolo; il numero 3 rappresentava la perfezione, la pienezza della missione , dei pesci non ne sfugge dunque neppure uno.
L’ultima parte del brano (vv.15-19) descrive la missione di Pietro. Pietro si immerge nell’acqua inizio della nuova vita come avviene dopo l’immersione nell’acqua del battesimo. Lungo tutto il racconto questo apostolo ha occupato una posizione di rilievo: è lui che ha preso l’iniziativa di andare a pescare, poi, malgrado abbia riconosciuto il Signore dopo il “discepolo che Gesù amava”, è stato ancora lui a prendere in mano la rete piena di grossi pesci e, senza romperla, a trascinarla fino a riva.
È innegabile il significato simbolico di questi particolari: dentro la comunità cristiana il primato – diciamo così – della “sensibilità” spetta al discepolo senza nome, ma quello di presiedere al lavoro apostolico e all’unità della chiesa è indubbiamente di Pietro. Pur arrivando sistematicamente “in ritardo” e meritando spesso i rimproveri di Gesù, rimane il punto di riferimento della vita ecclesiale. A lui è chiesto di pascere il gregge del Signore.
L’immagine del pastore non suscita solo risonanze positive. L’essere paragonati a degli agnellini, magari incapaci di pensare e di decidere in modo responsabile, non a tutti piace. Ma non è questo il senso delle parole di Gesù. Egli non ha conferito a Pietro il potere di comandare, di dare ordini come fa il pastore con le pecore e, meno ancora, quello di costituire una casta privilegiata e staccata dalla comunità dei fratelli. Pietro – lo ricordiamo – non era immune da questa tentazione. È giunto a rifiutare il gesto del Maestro che voleva lavargli i piedi perché un giorno sperava di poter far da padrone sul gregge. Chiedendogli di pascere il gregge, Gesù esige da lui una conversione completa, un cambiamento radicale del suo modo di pensare e di agire. Vuole che manifesti una capacità di amare incondizionata, superiore a quella di tutti gli altri. Pascere significa alimentare i fratelli con il cibo della Parola di vita. Non sarà facile per Pietro capire ed accettare questa proposta. Per molto tempo ancora rimarrà aggrappato alle sue convinzioni, ai suoi sogni. Solo col passare degli anni, dopo molti tentennamenti, giungerà alla completa conversione.