Meditiamo sulla Parola – V Domenica di Pasqua anno C

Gv 13,31-33a.34-35

Con l’uscita di Giuda dal cenacolo, inizia il dramma della Passione che, nella prospettiva dell’Evangelo di Giovanni, forma un tutt’uno con la glorificazione di Gesù. Nel suo agire sulla Terra, egli ha compiuto gesti di salvezza e di liberazione e il momento della croce è quello della suprema glorificazione: il dono che Gesù fa di se stesso è l’espressione del volere salvifico di Dio, ovvero la manifestazione della Storia come Storia di salvezza. Gesù avrebbe potuto impedire ciò che col tradimento di Giuda stava per accadere, invece dà ai discepoli, e a tutti, la modalità per far fronte alla deriva del male; paradossalmente, è l’esperienza della tenebra (“era notte” v30) a manifestare la luce di Dio.

“Vi do un comandamento nuovo”. È l’ora delle tenebre, del male, ma è anche l’ora della Gloria e per questo Gesù consegna il comandamento “nuovo”, per affermare che una Legge altra, diversa, è possibile. Gesù compendia la Legge mosaica in un unico precetto che sarà il segno distintivo della sua comunità. Il comandamento è “nuovo” non in opposizione al Primo Testamento (dove veniva insegnato l’amore al prossimo e perfino allo straniero) ma perché pone la persona di Gesù, il suo amore “folle” per gli uomini come paradigma dell’amore che deve improntare i rapporti tra i discepoli, tra di noi. È un modo di amare che rivela l’amore di Dio; è capace di creare situazioni nuove, di cambiare radicalmente una realtà, è capace di trasformare il mondo in “Terra nuova”. Al contrario, l’odio, la vendetta, la violenza, l’indifferenza, l’egoismo sono “cose vecchie” che non fanno progredire il mondo.

“Come io vi ho amato” è per il cristiano l’unico fondamento dell’amore. Ciò comporta, come scrive M. Grilli, che “senza Cristo non possiamo andare al fratello” perché ci ostacolerebbero i nostri pregiudizi, la nostra inclinazione a porre limiti, a stabilire criteri… Quel “come” diventa l’unità di misura per far sì che dilatiamo gli orizzonti del cuore, che sovrabbondiamo nell’amore vicendevole. L’amore non è un vago sentimento, una buona intenzione, una compassione sterile. L’amore o è fattivo o non è cristiano. Apriamo il Vangelo e impariamo come Cristo ha amato, in maniera così divina e così umana. Si tratta, dunque, di un amore per i volti e per i nomi, per le storie e per i sentieri percorsi. Si tratta di un amore “creativo” perché conferisce valore, preziosità a chi viene amato e lo “ricrea”.

“Da questo tutti conosceranno…” Questo comandamento costituisce il segno distintivo dei cristiani e un segno di riconoscimento deve essere visibile, leggibile; è un segno che non è una dottrina ma è la qualità dei rapporti tra i discepoli, un modo di vivere tra le persone che è la sola alternativa alle tenebre. Quando una persona sente concretamente di essere amata, quando si trova / si ritrova importante, importante di amore e di attenzione, sa di avere incrociato un cristiano sul suo cammino. Così passerà la Terra di prima, quella in cui “l’uomo è lupo per l’uomo”; e allora, ad ogni gesto di amore, Dio potrà ripetere: “Ecco, faccio nuove tutte le cose”.

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