Meditiamo sulla Parola – XXX Domenica tempo ordinario anno C

Lc. 18,9-14

È una Parabola raccontata soltanto nel Vangelo di Luca.

Questa parabola, del fariseo e del pubblicano, contiene un insegnamento sulla preghiera.

Abbiamo il confronto tra due modelli diversi di umanità: il fariseo che si ritiene giusto e il pubblicano che è reso giusto.

Due uomini salgono al Tempio a pregare. Non è una sfida, ma c’è una triangolazione con Dio che li osserva, li ascolta e li giudica.

Nell’antico Israele, salire al Tempio era un viaggio, un percorso di vita e Gesù sta percorrendo il viaggio della sua vita. Tutti gli episodi, tutte le parabole sono tappe di questo viaggio di Gesù verso Gerusalemme.

Per un ebreo, il Tempio di Gerusalemme è un luogo unico dove Dio è presente in tutta la sua Gloria, in tutta la sua potenza beneficante verso l’uomo. Pertanto, il Tempio rappresenta un vero e proprio pellegrinaggio della vita, è un andare al cospetto di Dio per sperare di essere rinnovati.

Alla luce di tutto questo, possiamo affermare che questi due uomini vogliono sinceramente incontrare Dio, vogliono cercare Dio e mettersi in relazione con Lui. I due personaggi sono mescolati alla folla e sono costretti a stare a contatto di gomito tra loro.

È Gesù che li isola, li confronta e risalta i due atteggiamenti religiosi contrapposti, inconciliabili. Essi sono vicini e lontani al tempo stesso. Identico è il loro movimento, identico il loro fine, identico è il luogo in cui si recano, eppure c’è distanza tra di loro.

Le differenze le troviamo nel loro diverso modo di pregare: il pubblicano resta nel fondo, si ferma a distanza, non osa avanzare, china il capo a terra e si batte il petto; il fariseo, invece, prega a fronte alta, prega tra sé, verso se stesso, si prega addosso.

Il fariseo, pregando, ringrazia Dio all’inizio, ma poi lo perde di vista tra le sue tante parole, nelle quali mette se stesso e non Dio come soggetto. Il suo “io” si sostituisce a “Dio”. Il fariseo, nell’elencare tutte le sue prestazioni pie, indica con disprezzo il pubblicano e si compiace per non essere come lui e come tutti gli altri. Come ogni buon fariseo, quest’uomo fa più di quello che è richiesto.

È un’immagine di osservanza religiosa di estremo rigore. Eppure, in quel personaggio così perfetto, c’è qualcosa che non convince. Nel momento in cui apre la bocca per pregare, si sente l’alito che puzza, segno di una cattiva digestione religiosa. Lui si vanta di essere familiare con Dio, mentre anche Dio lo tiene a distanza, addirittura lo respinge. Neppure Dio sopporta l’alito che puzza, l’auto-compiacimento, il disprezzo degli altri, il suo atteggiamento giudicante verso chi gli sta accanto. È quello che Luca ci dice all’inizio: “L’intima presunzione di essere giusti”.

La preghiera del fariseo è quella di chi si sente a posto con Dio e Dio, dal canto suo, non gli può chiedere nessuna conversione, non gli resta che confermarlo in ciò che è e che fa. Il punto è che il fariseo ritiene l’altro indegno, lo disprezza. Il verbo usato da Luca e tradotto con “disprezzare”, significa letteralmente “ritenere niente”. Questa sicurezza nel disprezzare l’altro, è necessaria per sostenere la sicurezza del proprio essere migliore e nel giusto. Il fariseo prova un disprezzo “sociale” perché pensa di non appartenere a quella categoria di uomini che ne fa di tutti i colori, lui si sente parte di un’altra categoria.

Quindi, non solo c’è una mancanza di umiltà sociale, ma anche una mancanza di umiltà davanti a Dio, perché non può neppure pensare lontanamente che Dio possa essere così buono e libero da perdonare anche il pubblicano.

Il disprezzo è un grave peccato di pensiero. È un peccato che ci sfugge. Infatti, leggendo la parabola, si pensa che il bersaglio sia soltanto i farisei, ma i destinatari sono anche le comunità cristiane che spesso ragionano proprio come i farisei.

Il pubblicano, che non è certo un campione di onestà, viene giustificato (perdonato) per la sua fiducia nella bontà di Dio. Ciò che lo salva sta in quelle poche parole smozzicate: ”O Dio abbi pietà di me peccatore”.

Il pubblicano batte il proprio petto, mentre il fariseo batte il petto dell’altro.

Cosa ci insegna questa parabola? Ci pone la questione di cosa significhi pregare insieme, l’uno accanto all’altro. È possibile pregare accanto ed essere separati dal disprezzo.

Luca, svelando a noi lettori il diverso modo di pregare dei due personaggi, compie un’incursione nell’animo di chi prega. Nella preghiera emerge quale sia la nostra immagine di Dio e l’immagine di noi stessi.

Luca suggerisce una preghiera umile, non falsa modestia, ma humus, ossia essere consapevoli della nostra piccolezza umana, dei nostri limiti e per questo dipendenti da Dio. Luca, inoltre, ci invita all’autenticità che passa attraverso la buona qualità delle relazioni con gli altri che pregano con noi e che con noi formano il Corpo di Cristo.

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