Meditiamo sulla Parola – XXXII Domenica tempo ordinario anno C
Dedicazione della Basilica Lateranense (Gv 2,13-22)
“Dedicare/consacrare” a Dio un luogo, è un rito che fa parte di tutte le religioni. Un “riservare” a Dio un luogo, riconoscendogli gloria e onore. Quando l’imperatore Costantino diede piena libertà ai cristiani (313), questi non si risparmiarono nell’edificare luoghi al Signore e molte furono le chiese costruite in quei tempi. Lo stesso imperatore lo fece, facendo costruire sul monte Celio a Roma, sul luogo dell’antico Palazzo Laterano, una basilica che Papa Silvestro I dedicò al SS. Salvatore (318 o 324). In essa fu edificata una cappella dedicata a S. Giovanni Battista che serviva da battistero: nel IX secolo papa Sergio III aggiunse la dedica al Battista. Infine papa Lucio II, nel XII secolo, la dedicò anche a San Giovanni Evangelista. Di qui la denominazione di Basilica Papale del Santissimo Salvatore e dei Santi Giovanni Battista ed Evangelista in Laterano. La Basilica è considerata dai cristiani come la principale, la madre di tutte le chiese del mondo. Più volte distrutta durante il corso dei secoli, fu sempre ricostruita, e l’ultima sua riedificazione avvenne sotto il pontificato di Benedetto XIII, che la riconsacrò l’anno 1724. Fu in quest’occasione che venne stabilita ed estesa a tutta la cristianità la festa che oggi celebriamo del 9 novembre.
Le letture bibliche scelte per questo giorno sviluppano il tema del “tempio”. Nell’A.T. (prima lettura, Ez 47), il profeta Ezechiele, dall’esilio in Babilonia (circa nel 592 a.C.), cerca di aiutare il popolo a uscire dallo scoraggiamento, dal non avere più una terra e un luogo dove pregare. S’innalza così il suo messaggio nel quale il profeta annuncia il giorno in cui il popolo adorerà il suo Dio nel nuovo tempio. Un luogo dove l’uomo innalza la sua preghiera a Dio e dove Dio si avvicina all’uomo ascoltando la sua preghiera e soccorrendolo lì dove chiede: luogo d’incontro. In questo modo il tempio assume il ruolo di Casa di Dio e Casa del popolo di Dio. Da questo tempio, continua il profeta, lui vede sgorgare acqua: “Vidi che sotto la soglia del tempio usciva acqua”. Un’acqua che è dono e che porterà vita, benedizione. Un luogo dove si pratica la giustizia, la sola capace di risanare il popolo.
Gv nel suo Vangelo narra soltanto sette miracoli, che denomina “segni”, perché li considera come un mezzo di rivelazione della gloria di Gesù, la quale coincide con la sua identità profonda, definitiva della sua relazione filiale con Dio Padre.
Gesù incomincia a svelare la sua vera identità con il segno di Cana e con il gesto profetico della purificazione del tempio. I due episodi assumono una valenza simbolica: indicano il compimento dell’antica Legge e del culto giudaico con la nuova realtà presente in Cristo. All’adesione di fede dei primi discepoli a Cana (2,11: “Questo inizio dei segni fece Gesù in Cana di Galilea e rivelò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui”) si contrappone l’incredulità dei giudei (2,18: “Gli risposero allora i giudei e gli chiesero: “Quale segno ci mostri per agire così?”). Mentre il segno di Cana rappresenta la prima manifestazione della gloria del Cristo, la scacciata dei profanatori dal tempio prefigura la sua morte e risurrezione, il momento culminante della rivelazione della sua identità e dell’amore salvifico del Padre. Tutto il racconto successivo va interpretato alla luce del mistero pasquale. In questa circostanza Gesù per la prima volta afferma la sua filiazione divina, chiamando il tempio la “casa del Padre mio” (v.16). Nell’episodio della purificazione del tempio, riportato da Gv (2,13-22), ogni ebreo maschio era obbligato a salire a Gerusalemme per offrire l’agnello in occasione della Pasqua, e tre settimane prima iniziava la “vendita” degli animali idonei all’offerta (le colombe erano il sacrificio dei poveri: Lv 5,7: “Se non ha mezzi per procurarsi una pecora o una capra, porterà al Signore, come riparazione della sua colpa per il suo peccato, due tortore o due colombi”). I cambiavalute avevano il compito di ricevere le “monete romane” che dovevano essere cambiate con monete coniate a Tiro che contenevano più argento, quindi valevano di più. A sovraintendere a questo commercio c’erano i sacerdoti del tempio, che in questo cambio avevano sempre un profitto. Questo è il contesto che Gesù trova nel Tempio, di preciso nello Hieron, nel cortile esterno del Tempio, il Cortile dei Gentili. Il Tempio propriamente detto è il Naos, il santuario, che sarà citato al v.19-21. v.15: “Fatta una frusta di cordicelle… scacciò fuori dal tempio”: con il flagello Gesù fustiga questo commercio presente nel Tempio (lo Hieron). Rovescia i banchi dei venditori e scaccia fuori tutti (cfr Es 32, vitello d’oro), v.16“Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato”: Parole e azioni che rimandano al profeta Zaccaria, il quale annunciava quello che succederà quando il Signore verrà nella città di Gerusalemme: “In quel giorno non vi sarà neppure un cananeo (=mercante) nella casa del Signore” (Zc 14,21). Gv 17: “Si ricordarono… Lo zelo della tua casa mi divorerà”. Il Salmo 69,10 suona: “perché lo zelo per la tua casa mi ha divorato e l’oltraggio dei tuoi insultatori ricadde su di me”. Gv cambia il tempo del verbo dal passato al futuro, reinterpretando così il salmo come annuncio profetico della Passione: “mi divorerà”. Nel N.T. molte sono le citazioni di questo salmo, e proprio in rapporto alla Passione. v 18: “Quale segno ci mostri per fare queste cose?” nei vangeli la richiesta di un segno è sinonimo di incredulità. v.19: “…distruggete questo tempio e in tre giorni io lo farò risorgere”. I sacerdoti del tempio chiedono con quale autorità Gesù fa questo, e Lui risponde invitandoli a distruggere il tempio (naos) che lui farà risorgere. Sorge qui il fraintendimento con i suoi interlocutori, giocando sul significato diverso dei verbi “risorgere” e “costruire” e sull’espressione “in tre giorni”, il narratore comunica che i giudei si riferivano all’edificio sacro, Gesù al suo corpo v.21 “Egli parlava del tempio del suo corpo”. La risposta di Gesù non si riferisce tanto al tempio, ossia a tutto l’edificio, quanto al santuario vero e proprio, lì dove c’era la presenza di Dio. Con la Pasqua di Gesù inizia il nuovo culto, il culto dell’amore, nel nuovo tempio (naos), e il nuovo tempio è Lui stesso. Sarà la resurrezione l’evento chiave che renderà i discepoli finalmente capaci di comprendere v.22 “Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù”, e sarà lo Spirito Santo a far loro ricordare le cose in modo nuovo (Gv.14,26 “Ma il Consolatore, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, egli vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto”).
La fede cristiana è fede nel Cristo Risorto e si sviluppa grazie alla memoria dei fatti e dei detti di Gesù. La parola di Gesù è parola di Dio. La presenza dell’Altissimo non si trova più nel santuario, fatto di pietre, ma nella persona di Gesù crocifisso e risorto. Il suo sacrificio avviene fuori del tempio e l’unico tempio per i cristiani è il corpo del Risorto, di cui ogni battezzato fa parte. Gv con più decisione d’ogni altro autore neotestamentario, afferma che non solo il tempio è decaduto perché è arrivato Gesù, ma perché egli, il Cristo, è il vero tempio, il luogo unico della presenza salvifica di Dio fra noi. San Paolo afferma nella Lettera ai Corinzi che, in quanto comunità, sono diventati tempio di Dio e dello Spirito Santo: di conseguenza danneggiare o distruggere la comunità (soprattutto con le divisioni interne) corrisponde a un attentato contro la sacralità del tempio.
Più tardi Leone Magno affermerà che con Gesù il rito dei sacrifici antichi era abrogato, che una nuova vittima veniva ora immolata su di un altare nuovo e che la croce di Cristo diventava l’altare non più del Tempio, ma del mondo (Sermo 59, De Passione). La liturgia cristiana è al di fuori dagli schemi preesistenti; “Noi non abbiamo né templi, né altari” affermerà coraggiosamente Minucio Felice facendo eco a Tertulliano (Padri della Chiesa del II e III sec.). Non è il luogo a rendere santi i cristiani, ma il contrario: è l’assemblea dei battezzati a rendere santo il luogo. La solennità odierna fa da specchio a coloro che si sono radunati per l’eucaristia. Sono loro a dare alla chiesa il suo volto più vicino e familiare. L’assemblea domenicale contribuisce a costruire la chiesa di Cristo. Per essere segno autentico deve avere alcune caratteristiche che la qualificano: segno di unità, pur nel rispetto delle diversità; convocata per celebrare ma anche chiamata a disperdersi (missione); segnata dal peccato ma anche riconoscente per il perdono ricevuto; aperta alla festa, ma senza dimenticare le prove. L’odierna festa della Dedicazione della Basilica del Laterano ci permette di far memoria del cammino del popolo e della costante e fedele premura di Dio. Nello stesso tempo, ci viene ricordato che oggi ciascuno di noi, in Gesù risorto, è “casa di Dio”, perché lo Spirito stesso abita in ciascuno di noi (1Cor 3,16: Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?). Solo a essere consapevoli di questo, da una parte ci porta a magnificare il Signore, ma dall’altra ci porta a dire, a volte con dismisura, “Signore, io non sono degno che tu entri nella mia casa…” (Mt 8,8), dimenticando che Lui è già in noi, e che ci accoglie e ci ama non per come vorremmo essere, ma per come siamo, qui, ora. Quando impareremo a tenere fisso lo sguardo in Gesù, Autore e perfezionatore della nostra fede, della nostra amicizia con Lui, allora il nostro volto brillerà della luce che sgorga dal cuore unificato. L’equilibrio richiesto non è cosa di un momento, ma è cammino di una vita, di questo continuo rientrare in noi stessi puntando dritti alla “stanza del Re” (Il Castello Interiore, santa Teresa d’Avila).