Meditiamo sulla Parola – XXXIV domenica del tempo ordinario
Cristo Re dell’Universo
Nel suo saggio l’«Anticristo» Friedrich Nietzsche fa un grande elogio della figura di Gesù. Scrive: «Questo lieto messaggero morì come visse, come aveva insegnato, non per redimere gli uomini, ma per indicare come si deve vivere. La pratica della vita è ciò che egli ha lasciato in eredità agli uomini: la sua dignità dinanzi ai giudici, agli sgherri, agli accusatori e a ogni specie di calunnia e di scherno il suo contegno sulla croce. Egli non resiste, non difende il suo diritto, non fa un passo per allontanare da sé il punto estremo, fa anzi qualcosa di più, lo provoca… E prega, soffre, ama con loro, con coloro che gli fanno del male. »
Il rabbi di Nazaret ama a tal punto la vita e gli altri da non temere di andare incontro a una morte spregevole. Sulla croce ci sono i segni della malvagità dell’uomo, come quella che si scatena nei conflitti, dove tanti sono i nuovi crocifissi.
Sempre ascolta il grido dei poveri, degli “invisibili” e di fronte l’oppressione, all’ingiustizia non usa mezze parole e al male non risponde con il male ma giunge a perdonare quelli che lo uccidono.
Conosce la tentazione di pervertire il volto di Dio piegandolo agli interessi del gruppo, dell’etnia, della patria, della religione e all’idolo del potere. Ma lui resta fedele al Padre e alla carne dell’uomo.
Nella croce ciò che risplende non è il peccato dell’uomo né la collera di Dio, ma il Suo amore senza misura. Questa è la regalità di Gesù, un uomo libero che l’annuncio di Pasqua proclama risorto.
Una professione di fede trionfalistica e gridata ai quattro venti ha un qualcosa d’impudico.
Il regno di Dio non è annunciato con la forza, la violenza, l’arroganza, la prevaricazione, il disprezzo. L’essere totalmente disarmato è già annuncio del Regno perché il discepolo sa che nella sua debolezza agisce la forza dell’amore di Dio, più forte di ogni umana violenza.
Per noi il massimo dell’espressione divina e quindi della fede è la potenza. La potenza come forza. È una ossessione.
Ma la fede non si concilia con la forza. Essa è il rifiuto della potenza.
Una fede maturata attraverso la lunga esperienza di vita, a volte dolorosa, si esprime anzitutto nel silenzio o a mezza voce nel paradosso della poesia.
“Una lingua dolce spezza le ossa” (Pr 25,15) dice il sapiente e permette di testimoniare senza colpire.
Impariamo da Gesù, a vedere con il suo sguardo, ad ascoltare con il suo ascolto, a parlare con parresia perché una storia differente, “altra” sia possibile per ogni uomo.
Le parole rivolte al ladrone «oggi sarai con me in Paradiso» racchiudono in sé l’intero Vangelo. Sono parole vive che appartengono alla vita e non si corrompono con la morte.
Esse non sono un’autorivelazione di Gesù ma invito ad aderire a una relazione.
Giovanni Crisostomo commenta: «Il paradiso è stato aperto per noi “oggi” dalla croce. Infatti, oggi, Dio vi ha introdotto il ladrone. Compie, in questo, due meraviglie: apre il paradiso e vi fa entrare un ladro. Sicuramente, nessun re permetterebbe a un ladro di sedersi con lui mentre fa il suo ingresso in una città. Questo, invece, Cristo l’ha fatto: quando entra nella sua santa patria, vi introduce un ladro insieme con lui.»
Un Vivente che dà la Vita: tale è il potere “regale” del Crocifisso.