Meditiamo sulla Parola – II domenica di Avvento anno A

Le letture di questa domenica ci consegnano tutte, un messaggio centrato sulla figura del Messia. Sono due i profeti che si confrontano, oggi. Due giganti della fede, due pilastri della spiritualità, due servi della Parola. Il rude Giovanni e l’incantato Isaia. I primi due capitoli del vangelo di Matteo hanno tracciato i racconti dell’infanzia di Gesù, poi ecco che dall’infanzia Matteo fa un salto di 30 anni, presentandoci il testimonial di Cristo, Giovanni… perché fa questo salto? Perché Matteo si accinge a parlare del tema principale del suo evangelo, l’attività pubblica di Gesù. Il brano si articola in tre parti: l’apparire di Giovanni(vv.1-6),il suo appello alla conversione (vv 7-10) e l’annuncio del Messia che viene col fuoco del suo Spirito (vv 10-12). Le prime parole del brano sono “In quei giorni”. Qui abbiamo un ebraismo in cui, per giorni, si intendono anni, e nel linguaggio veterotestamentario questa espressione non si riferisce mai al passato, ma al futuro, quindi ha valore escatologico, per dire che gli ultimi tempi sono vicini. Viene poi introdotto un personaggio “compare Giovanni” cioè entra in scena Giovanni, appare all’improvviso sulla scena come se fosse un personaggio noto. Il nome Giovanni significa Dio è misericordioso, o dono del Signore o grazia di Dio.

La vocazione profetica di Giovanni la profetizza già il padre Zaccaria nel cantico, poi ancor prima di nascere attraverso segni messianici come l’esultanza  davanti a Maria. Compare dopo più di 400 anni ed è’ l’ultimo profeta  e il primo apostolo di Gesù. Persona forte nel fisico ma  umile, è consapevole che il vero protagonista non è lui come molti credevano, ma essendo solo il precursore sa, come lui stesso dice, che “lui deve crescere e io invece diminuire”. Grande umiltà, da maestro si fa discepolo. Lo possiamo definire un disturbatore perché la sua parola è decisa e forte , riesce a trafiggere perché non accetta compromessi, ha la capacità di risvegliare le coscienze delle persone. Non lo ha seguito, non è divenuto suo discepolo, non è andato di villaggio in villaggio predicando la sua venuta, si è limitato a dargli testimonianza, perché seguire il Cristo non faceva parte della vocazione del Precursore, ma esigeva essere messo da parte. A lui che era il messaggero non fu permesso di aver parte alla gioia di vivergli accanto sulla terra, l’ha soltanto indicato. Lui è solo “l’amico dello sposo” come dice Giovanni nel suo vangelo e il suo unico compito è rivolgere un’ultima chiamata alla conversione prima della venuta del Regno.

Il successo della sua predicazione in tutta la Giudea è anche dovuto al suo abbigliamento; aspettando tutti il nuovo Elia lo identificano in lui anche grazie al suo classico abito profetico come quello di Elia. Veste infatti con estrema sobrietà proprio per condannare una società opulenta. La cintura in pelle fa riferimento alla fascia stretta che serviva per rimboccare la veste durante le marce come ricorda l’espressione dell’Esodo “avere i reni cinti”, cioè teologicamente essere pronti per l’esodo, per uscire fuori da una vita carica di schiavitù e andare verso una vita di libertà. Mt ci parla anche del cibo di cui si nutriva Giovanni; la sua dieta è basata sulla Kashrut (regole di purità), le locuste, insetti alati che, secondo il Levitico, 11, sono un cibo di cui ci si può nutrire, e il miele, nonostante le api siano considerate impure, si può mangiare essendo selvatico, cioè puro, non toccato da nessuno. Giovanni entra in scena con le parole ”Ravvedetevi perché il Regno dei cieli si è avvicinato”, sono le stesse parole riprese dalla prima predicazione di Gesù (Mt 4,17)

Il termine greco per ravvedetevi/convertitevi è “metanoia” parola greca metanoei che significa guardate oltre, cambiate il modo di vedere, cambiate mentalità, guardate il mondo con occhi diversi. Vedere tutto come un dono. in ebraico anche “pentirsi” da intendere non solo come riconoscimento dei propri errori, ma cambiamento radicale di comportamento, invertire il cammino, ritornare a Dio da cui ci si era allontanati, riportare il nostro sguardo verso colui che ci cerca, essendo ognuno è prezioso ai suoi occhi. Quindi indica un movimento, un lasciare, un abbandonare, per inoltrarsi in percorsi nuovi avendo solo il desiderio di incontrare Dio e vivere in relazione con lui. Il Regno dei cieli è Gesù, una persona, si è avvicinato, è già qui, è accanto a te.

Giovanni sceglie il deserto come luogo per la sua predicazione. La collocazione non è casuale. Questo luogo lo abbiamo ritrovato molte volte nella Bibbia, luogo dove si sono verificati eventi importanti nella storia di Israele per non dimenticare anche dove viveva la comunità di Qumran e dove Gesù si ritirò. Deserto, in ebraico midabar, che significa il luogo da dove viene la parola, la parola di salvezza che trasforma, è scuola della fiducia perché è lì che dobbiamo imparare a fidarci. Luogo del già e non ancora, già fuori dalla schiavitù e non ancora nella libertà. È il luogo di prova (Gesù tentazioni), di pericolo, di silenzio, quel silenzio che permette di ascoltarsi per far emergere interrogativi sul senso della propria vita senza alcuna interferenza, luogo dell’essenzialità dove si possiede solo il necessario e non si è appesantiti da tante cose inutili; dove non si cammina da soli ma insieme verso una meta e si possiede solo la terra che si calpesta in quel momento. Proprio per tutti i significati che gli abbiamo attribuito, è quindi luogo di grazia, purificazione, di incontro intimo con Dio per un rinnovamento una rinascita, un movimento per inoltrarsi in percorsi nuovi avendo solo il desiderio di incontrare Dio e vivere in relazione con Lui. Infatti, per Dio è sempre stato il luogo per ricostruire la sua alleanza con Israele.

Il suo appello non è rivolto solo a un’élite di persone, ma a tutti; ecco allora che folle uscivano dalla Giudea e da Gerusalemme e andavano verso la foce del Giordano, che è lo spartiacque tra la terra della schiavitù ad oriente e la terra della libertà. Il posto si chiama Bethabara che significa luogo del guado, dove Israele dall’Egitto passò per entrare nella terra promessa. Giovanni li invita ad uscire da quel luogo che non è la vera terra promessa, come credevano, e tornare al di là del fiume Giordano per riacquistare la vera libertà col battesimo, quindi invita a un controesodo.

Accorrevano anche farisei (classe media, credevano nella tradizione orale e alla scrittura, non dipendevano dal tempio e dopo la sua distruzione diedero origine all’ebraismo) e i sadducei (aristocrazia sacerdotale, i ricchi del tempio, conservatori solo della Torah). Erano attratti solo dalla curiosità della sua predicazione, tanto loro erano ricchi, stavano bene, non avevano bisogno di un mondo nuovo, religiosamente si sentivano a posto convinti di avere una giusta concezione di Dio, quella di un Dio che comanda e loro obbediscono conquistandosi i meriti. Concezione, quindi, completamente opposta a quella di Giovanni. Ecco che al vederli Giovanni lancia parole di fuoco “razza di vipere”, le stesse parole di Gesù, cap. 23 del primo vangelo, vipere perché spargono intorno a loro veleno mortifero.

A quei tempi già esistevano i riti d’acqua, modalità di purificazione secondo la legge, (prima dei pasti ecc.); c’era anche il rito della purificazione nel Giordano, rivelato da un personaggio pagano, Naman il siro, che si era immerso sette volte nel Giordano e ne era uscito purificato. Giovanni riprende questa tradizione ebraica e le conferisce una serietà enorme e un significato profondo. La possibilità di partecipare a questo rito viene solo da un pentimento sentito dei propri peccati: lasciarsi immergere (questo, alla lettera, il senso del verbo “battezzare”) nelle acque del fiume Giordano. Questo atto è immagine di un affogamento: si va sott’acqua, si depone nell’acqua “l’uomo vecchio con i suoi comportamenti mortiferi” (Col 3,9; cf. Rm 6,6; Ef 4,22), e si viene fatti riemergere dalle acque come uomini e donne in grado di “camminare in una vita nuova” (Rm 6,4). Questa immersione è segno di un ricominciare, di una novità, e, poiché è compiuta pubblicamente, davanti a tutti e al profeta che immerge, diventa un impegno. Non è una delle tante abluzioni prescritte dalla Torah per riacquistare la purità perduta, ma è un atto compiuto una volta per sempre, che indica una precisa opzione, che dovrà essere guida e criterio per tutta la vita che verrà. Se non si attua questo cambiamento, non ci sono privilegi di sangue, non serve essere discendenti di Abramo per salvarsi, ma solo se si vive l’obbedienza e l’adesione a Dio e alla sua Parola.

Per loro (sadducei e farisei), invece, il rito del battesimo di Giovanni andava benissimo: era una semplice abluzione a cui erano abituati e la legge di Mosè la prescriveva, rappresentando, quindi, riti e precetti che ci rendono schiavi e non liberi. Giovanni, con la sua predicazione, manda in frantumi certezze e garanzie, mette in luce quella rottura che sarà portata a pienezza da Gesù. Quando li invita a preparare la via del Signore, non chiede mai che spianiamo una strada davanti a noi e la  percorriamo per andare a lui, ma esattamente il contrario: chiede di sgomberare la strada sulla quale egli deve raggiungere noi, viene verso di noi. La strada non è la nostra, ma la sua, del Signore! Egli viene infatti sulla via della misericordia e del perdono, che lui solo può tracciare: noi possiamo incontrarlo solo se riconosciamo le nostre mancanze e ci affidiamo alla sua misericordia. Solo un cuore spezzato, un cuore che si riconosce nella colpa e confessa il proprio peccato, può fare esperienza di Dio. Il Signore ci precede sempre, nella chiamata, nell’incontro, nell’amore, “il suo volto cammina con noi” (cf. Es 33,14). Facciamo molta fatica a comprendere questo in profondità, ma nel suo venire a noi si rivela proprio il suo amore gratuito, la sua grazia. Certo, poi possiamo seguire le sue tracce amandolo e ascoltandolo con tutto il cuore e tutta la vita (cf. Dt 10,12), ma la via resta la sua. Ecco l’invito che Giovanni ci presenta: spostare l’attenzione da lui e riporla su colui che viene, il veniente a cui non si sente degno di essere suo servo. Il suo battesimo sarà diverso. Colui che viene vi immergerà nel fuoco escatologico dello Spirito di Dio, quindi non più un rito ma un evento ultimo e definitivo che ci riscatterà dai nostri peccati; solo a lui spetta il giudizio definitivo e non sarà altro che la manifestazione di ciò che ciascuno di noi ha operato ogni giorno, scegliendo tra il bene e il male, siamo noi stessi a darci il giudizio ora e qui.

Giovanni ecco che da al popolo la possibilità di rientrare nella terra promessa, cioè in Gesù che è la terra finale.

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