Meditiamo sulla Parola – IV Domenica di Avvento anno A
Mt 1,18-24
Il tempo di Avvento si caratterizza per l’annuncio della venuta nella gloria del Signore Gesù alla fine dei tempi. Con questa quarta e ultima domenica inizia la memoria di come il Figlio di Dio è venuto nel mondo.
La pagina evangelica odierna contiene l’annuncio della sua venuta nella carne, della sua “umanizzazione” che celebreremo nel Natale prossimo; quest’annuncio è rivolto a Giuseppe, discendente di Davide.
L’evangelista fa subito conoscere al lettore la condizione di Maria di fronte alla quale il promesso sposo Giuseppe, credente, si comporta da uomo “giusto”, ossia da uomo non fanatico, impulsivo, ma capace di vivere nella giustizia, nella compassione; prima di agire pensa, ragiona, medita. Decide di “rimandarla in segreto” (v. 19). L’autore non fa una cronaca, gli preme soltanto rilevare che Dio, mediante lo Spirito Santo, ha agito in Maria.
Il ricorso allo schema dell’annuncio angelico è, nelle Scritture, il riconoscere che la Parola di Dio si realizza nella Storia e vuole realizzarsi nelle storie personali di coloro ai quali Essa è rivolta. Mentre in Luca l’annuncio dell’angelo è rivolto a Maria (Lc 1,26-38), in Matteo è diretto a Giuseppe (v. 20).
Il sogno è qui metafora di una vigilanza continua, di una presenza a se stessi, a Dio e agli altri costante e profonda. Giuseppe si trova in quella condizione di silenzio che è spazio per il lavoro interiore e la preghiera, spazio per il discernimento nella fede. Sogno come luogo di confronto con la volontà di Dio e di preparazione ad una scelta libera.
Giuseppe imporrà al bambino il nome “Gesù” (“Jeshu’a” = “Il Signore salva”, quindi “Salvatore”) che spiega la sua missione: “salvare il popolo dai peccati” (v. 21). Dando al bambino il nome, compito specifico del padre, Giuseppe esercita la paternità legale e introduce il bimbo nella stirpe di Davide dalla quale, secondo la promessa, sarebbe nato l’“Emmanuele”.
L’evangelista cita la profezia che Isaia aveva fatto al re Acaz, discendente di Davide, nel contesto della guerra siro-efraimita (735-732 a.C.) che vide contrapposti i re di Damasco e di Samaria ad Acaz, re di Gerusalemme. Isaia vede nel futuro figlio di Acaz (che sarà Ezechia) un segno della presenza di Dio (“Immanu-El” = “Dio-con-noi”) ed esprime con fede incrollabile la certezza del soccorso divino.
Matteo rilegge la profezia in chiave cristologica: Dio si è reso realmente presente nel mondo attraverso la persona di Gesù, suo Figlio, l’Emmanuele, il Dio-con-noi.
Il tema del “Dio con noi” è molto caro a Matteo che lo inserisce all’inizio del suo Evangelo (cap. 1, v. 23 “chiameranno il suo nome Emmanuele”) e lo pone come sigillo finale del suo testo attraverso le ultime parole di Gesù Risorto, in Galilea (cap. 28, v. 20 “Ecco, io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”).
La conclusione del brano odierno è concisa ma esprime la grandezza di Giuseppe che consiste nella sua fede: come Maria, ha fatto spazio in sé al progetto di Dio che forse non comprendeva pienamente. Non è riportata nessuna sua parola eppure vive nei fatti la “buona/bella notizia” che più tardi sarà annunciata da Gesù Cristo, Figlio di Dio e secondo la legge anche figlio suo.
Tra le tante opere artistiche dedicate alla figura di san Giuseppe e in particolare al tema del sogno che lui vive, ve ne è una non appariscente, suggestiva e bella; essa è scolpita in un capitello del chiostro del monastero di San Juan de la Peña, nei Pirenei Aragonesi (urly.it/31d94r). La raffigurazione si intitola “Il sogno di Giuseppe”. In questo capitello, l’ignoto artista non ha scolpito un “ordine” ma piuttosto un messaggio che è una carezza. L’angelo si avvicina dolcemente a Giuseppe e delicatamente pone una mano sul suo petto. Questa carezza traduce in un tratto delicatissimo le parole: “Non temere, Giuseppe.”. È la bella rappresentazione del sostegno che viene dall’alto ad ogni persona che si interroga e cerca una via.