Meditiamo sulla Parola – Natale del Signore anno A

S. Agostino nella catechesi sul Natale scrive: “O palese debolezza e stupenda umiltà, nella quale si celò tutta la divinità! Completi in noi i suoi doni lui, che non inorridì di assumere anche i nostri inizi, e ci renda figli di Dio, lui, che per noi volle divenire figlio dell’uomo”. (Discorso 184)”

L’incarnazione, il Figlio di Dio fatto uomo, è la nuova realtà che è entrata nel mondo e ne ha radicalmente cambiato la storia. Questa nuova realtà è sorgente di “una grande gioia”, perché viene da Cristo, il Signore.

La solennità del Natale è il momento di una solenne confessione di fede: crediamo che da Gesù viene la salvezza e con essa la gioia.

Seneca così scrive a Lucilio: “Non penserai Lucilio che hanno la vera gioia quelli che ridono? No. “Gaudium res severa est”, la gioia è una cosa seria, non è qualcosa che si manifesta nel volto ma nel cuore”.

La nostra fede si fonda sulla promessa del Padre di una gioia che Paolo VI ama definire “esigente” perché né la prova né la sofferenza sono eliminate da questo mondo. Viviamo l’epoca dell’“età selvaggia” ma occorre riconoscere che non si è spento il desiderio di bene, quel senso di responsabilità, quella disponibilità ad affrontare anche fatiche e sacrifici che convince molti a farsi avanti e camminare insieme per uscire dalla «meschinità dell’Io».

Forse solo allora comprendiamo il dramma della debolezza di tanti uomini e donne e siamo capaci di discernere dove Cristo ha messo la sua tenda. Ma per accorgersi di questo dono occorre “vegliare nella notte”, resistere cioè al sonno della coscienza e all’assopimento.

Le possibilità per praticare il messaggio del Natale sono infinite, ma forse il modo più coerente e urgente in questo tempo è di infilarci negli spazi dis-umanizzati della vita contemporanea e portare una presenza significativa. Seguendo l’esempio di Dio, che nella forma umana di Gesù cerca di insegnare come diventare umani dignitosi, cominciamo a praticare un altro tipo di umanità, quella che sceglie di amare invece di ferire, di consolare invece di accusare, di includere invece di giudicare. Forse troveremo la strada di una fede autentica, un’apertura al nostro essere persone che hanno consistenza e diventare segno di speranza per tutti.

Questo il lieto annuncio che porta gioia, che riscatta dalla tristezza dell’amare solo se stessi, dalla paura di condividere per non perdere la “nostra roba”. Il Natale, preso sul serio, toglie le scuse, mette in crisi l’equazione dominante: “Io al centro, il resto dopo”.

Perché si preferisce la tristezza, la miseria di una vita chiusa nella caverna del proprio egoismo? Da 2000 anni continua a chiedercelo ogni bambino/bambina che viene al mondo, ogni abitante di paesi martoriati da guerre, da carestie e calamità. Attendono ancora la nostra risposta.

 

“Donaci la gioia di sentirci redenti, donaci la tristezza di non esserlo ancora” (don Primo Mazzolari).

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