Meditiamo sulla Parola – Santa Famiglia anno A

Santa Famiglia – Anno A (Mt 2,13-15.19-23)

Se leggessimo la pagina del vangelo odierno come una cronaca perderemmo il messaggio più profondo che a Matteo sta a cuore: rivelare la missione cui Gesù è chiamato. Dopo questo brano, il suo vangelo farà un salto temporale di una trentina d’anni per arrivare al battesimo di Cristo al Giordano. Segno che dobbiamo leggere i versetti odierni come una necessaria prefazione a ciò che accadrà più avanti.

Dopo quello che lo ha convinto ad accogliere Maria come sposa, Giuseppe ha un nuovo sogno che lo avverte del pericolo incombente: l’ira omicida di Erode. I primi due capitoli di questo vangelo sembrano costruiti su basi apparentemente evanescenti: i sogni di Giuseppe e dei Magi. Il “sogno” è un’immagine biblica che indica l’esperienza di una rivelazione che non parte dalla volontà dell’uomo – e infatti avviene in un momento di inattività e di sonno della coscienza – ma è iniziativa di Dio che vuol comunicare la sua volontà. Comunicazione che non spiega tutto, rimane almeno in parte misteriosa; la diremmo un’intuizione che raggiunge chi è orientato a cogliere i segnali di Dio. Eppure, nonostante la sua impalpabilità, è proprio grazie ad essa che si compie la storia della salvezza. Se il Bambino si salva e potrà portare a compimento la sua missione è perché Giuseppe e i magi sono stati aperti ad accogliere e realizzare quanto “sognato”, che corrisponde al progetto divino. E quale sia questo progetto, il lettore di Matteo può scoprirlo ricorrendo alla conoscenza della storia di Israele e di quell’altro Giuseppe, anche lui sognatore, venduto dai fratelli e condotto schiavo in Egitto. La carestia, poi, spingerà in Egitto tutta la sua famiglia, inizio della storia di schiavitù del popolo ebreo che solo molto più tardi potrà fuggire e risalire verso la terra promessa. Gesù dunque, nella fuga oggi narrata, ripercorre la storia stessa di Israele: anche lui viene portato in Egitto, e dall’Egitto sarà chiamato a risalire verso la terra di Israele. È una discesa verso il basso, geografico e morale, verso la schiavitù (Fil 2,5-8) dalla quale risalire portando con sé l’umanità intera verso la libertà. Nella fuga in Egitto possiamo leggere quindi un’allusione alla Pasqua, con il duplice movimento di discesa verso la morte e la risalita con la Risurrezione.

Dopo quest’episodio e la decisione di Giuseppe, ispirata da Dio, di stabilire la famiglia a Nazareth, Matteo non ci racconta più niente dell’infanzia e adolescenza di Gesù. Noi però possiamo cogliere in questo silenzio una quotidianità che non è di secondaria importanza. È in quella quotidianità non narrata che Gesù cresce, impara, matura e acquisisce, osservando i suoi genitori nei loro comportamenti, quei valori che esprimerà una volta adulto. Credere nell’umanità di Cristo, nel suo essere veramente e completamente uomo, oltre che vero Dio, significa accettare l’idea che egli non abbia saltato l’esperienza di crescita di un qualsiasi bambino di questa terra, il quale assorbe dalla famiglia valori e comportamenti.

Il silenzio di Giuseppe, di cui i vangeli non riferiscono nessuna parola, ma di cui conosciamo l’obbediente accoglienza della volontà di Dio, quanto avrà plasmato l’adolescente Gesù? I sogni di Giuseppe, indicativi del suo porsi in ascolto orante, quanto avranno inciso nella crescita spirituale di quel Figlio che da adulto cercherà sempre momenti di solitudine e silenzio per porsi in ascolto della volontà del Padre?

Credere all’Incarnazione significa anche credere che Dio ha scelto per il suo Unigenito dei genitori terreni capaci di educare e far maturare in lui l’umanità piena cui ogni nuovo nato è chiamato e che ogni genitore dovrebbe con premura, serietà ed impegno aiutare a fiorire.

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