Meditiamo sulla Parola – II domenica dopo Natale anno A
Nella liturgia odierna, la Chiesa ci propone uno dei testi più densi di tutta la Bibbia, quasi un riassunto della più alta teologia scritta in ogni tempo dall’uomo, un brano che essenzialmente parla di Dio e, un po’, pretende di spiegarlo, è però sempre Vangelo, cioè è buona notizia, perché parla dell’essenza di Dio che è assoluta bontà e l’obiettivo di Giovanni, chiunque egli sia stato storicamente, è tentare di sollevare almeno un po’ il velo sul mistero del divino, usando in modo nuovo le povere parole umane che ha a disposizione.
Impossibile, qui, anche solo pensare di soffermarsi in maniera esaustiva sull’intera pagina, occorrerà fare una scelta di alcune frasi, meglio, di alcuni termini che servano a cogliere il senso complessivo dello scritto proclamato.
Cominciamo col notare che il brano presenta una struttura alternata: i versetti da 1 a 5 e poi da 9 a 14, letti in sequenza, parlano di Dio e tentano di descriverlo utilizzando essenzialmente tre termini: Verbo-Vita-Luce. Ad essi sono intercalati i versetti 6 e 7 e poi dal 15 al 18 che hanno per protagonista Giovanni il Battista, considerato il Testimone, colui che, secondo la tradizione ebraica, è credibile quando parla perché ha visto, ha capito, dunque sa. Segnaliamo che in questa seconda parte vengono anche citati Mosè (che, come al solito, rappresenta tutta la Legge); Gesù stesso, portatore di Grazia e di Verità; e infine, viene esplicitato il significato della venuta del Messia e perciò dell’intero vangelo: farci conoscere Dio, spiegando correttamente il Creatore alla creatura.
Perché l’evangelista sceglie questa strutturazione per il suo brano? Una risposta potrebbe essere la volontà di Giovanni di intrecciare il parlare di Dio alla storia dell’uomo, quasi a suggerirci la necessità di far posto a Lui nella nostra esistenza per rispondere a un’esigenza, quasi una necessità divina di farsi capire, conoscere e, infine, amare.
Soffermiamoci, adesso, su una delle parole forti poste dall’autore in apertura di questo capitolo, il primo termine adoperato da Giovanni per parlare di Dio è PAROLA perché questo inno è in definitiva un inno alla PAROLA.
Nel testo italiano, proclamato nella liturgia domenicale, viene adoperato il termine VERBO che è l’equivalente latino (come Logos lo è nella versione greca) e subito si comprende l’intenzione dell’autore: il Vangelo sarà la presentazione della PAROLA diventata carne nel Messia, quindi (dice p. F. Clerici): “l’adesione a Gesù è adesione alla PAROLA che ha creato il mondo e ha dato il via al destino dell’universo donando a piene mani la vita e la felicità che da sempre l’uomo desidera.”
Tentando un ulteriore approfondimento, potremmo dire che Dio stesso è parola, comunicazione, dono e da questo esplicitarsi di Dio nasce tutto: la luce, i cieli, la terra, la natura, l’uomo, perché la PAROLA non resta presso Dio, ma agisce attivamente nella creazione che un vecchio racconto ebraico vuole tessuta con le lettere dell’alfabeto. Ricordiamo che Dio, all’inizio del racconto biblico, nella Genesi, dice “Sia la luce” ed essa subito è, insieme a tutto ciò che forma il mondo sensibile in cui l’uomo si muove.
Infine, leggiamo nel testo, che questa PAROLA che esce da Dio per creare l’universo è LUCE, pura forma di energia, essa è necessaria a ogni uomo, serve a spiegare e fare chiarezza, a dare il via al processo di divinizzazione della creatura, perché l’uomo se vuole, se accoglie, “mediante la PAROLA ascoltata diventa come Lui, cioè impara a pensare e ad agire come Dio stesso” (p. S. Fausti).
PAROLA, VITA E LUCE, incarnate e spiegate dal Messia, si “attendano” presso l’uomo, lo trasformano, lo modellano sullo stile del Creatore, lo rendono simile e Lui, completano nella carne stessa dell’Adam, del terroso, della creatura la realizzazione del progetto divino per cui tutto è: ”Ze tov me’od” cioè : “Cosa molto buona”.