Meditiamo sulla Parola – Battesimo del Signore anno A
Mt 3,13-17
La pagina evangelica di questa domenica ci presenta il battesimo di Gesù, la sua immersione nelle acque del Giordano. È la manifestazione di Gesù al popolo di Israele.
Il Battista si stupisce, quasi oppone resistenza alla richiesta di Gesù di essere battezzato. Gesù era alla sequela di Giovanni, il quale aveva già detto che “Chi viene dopo di me, è più forte di me” (Mt 3,11). Ma poi Giovanni lascia che ogni giustizia sia compiuta (Mt 3,15).
L’elemento chiave di questa pagina evangelica, tuttavia, non è il battesimo in sé, che pure è un evento straordinario, presentandoci un Gesù che non fa minimamente pesare il suo essere figlio di Dio. L’elemento chiave è la frase con cui il vangelo si conclude: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
Il Padre esprime tutto il suo amore per il Figlio; il battesimo rappresenta, per Gesù, il momento in cui acquisisce la consapevolezza di essere profondamente amato da un Padre che in Lui ha posto la sua gioia, la sua benevolenza, il suo compiacimento. L’amore donato da Gesù è fondato sulla consapevolezza di essere amato da Dio. Anche il nostro battesimo esprime questo amore, e trasmette questa stessa consapevolezza che Dio ci ama.
Se entriamo in questa logica di amore, siamo capaci di leggere con occhi nuovi il nostro rapporto con Dio e con i fratelli. In effetti, siamo spesso portati a non ritenere possibile questo compiacimento di Dio, che ci ama così come siamo, e ci chiede solo di affidarci. La pagina evangelica apre i nostri occhi a orizzonti nuovi.
Se proviamo a ribaltare questa logica nel rapporto umano tra padri e figli, si aprono anche qui prospettive nuove. Quanti padri si sentono inadatti, temono di essere rifiutati o disprezzati dai propri figli! E quanti figli non si sentono amati dai loro padri! La Lettera al padre di Kafka è una plastica rappresentazione di queste paure spesso nascoste. La lettera è una risposta a una domanda che il padre rivolge al figlio, chiedendogli la ragione per la quale avesse paura di lui. La risposta racconta episodi magari in sé piccoli, apparentemente insignificanti, talora legati a brevi frasi che il padre spesso rivolgeva al figlio (“Ho altro a cui pensare, io!”; “E non una parola di replica!”), ma che, col tempo, hanno originato un sentimento di paura, di distacco, hanno generato la sensazione di non essere amati e apprezzati. Mentre il figlio non chiedeva altro che questo: “Allora, e dappertutto avrei avuto bisogno di incoraggiamento”.
Paolo, nella lettera ai Colossesi (3,18-21), così sintetizza il rapporto tra padri e figli: “Voi, figli, obbedite ai vostri genitori in tutto; ciò è gradito al Signore. Voi, padri, non esasperate i vostri figli, perché non si scoraggino”. In questa ottica, la pagina evangelica di oggi sprona i padri a non esitare a comunicare il loro amore per i figli, ad amarli così come sono, come Dio ama tutti. La paternità non è solo un fatto biologico, ma esprime una forma di partecipazione alla paternità stessa di Dio. Al contempo, la pagina evangelica diventa uno sprone per i figli a essere legati alla figura paterna da un senso di amore, un’obbedienza che non nasce dalla paura ma dall’affidarsi.