Meditiamo sulla Parola – II domenica tempo ordinario anno A

Il vangelo della II domenica del tempo ordinario è tratto dal capitolo 1 di Giovanni versi 29-34.

Esso inizia con l’espressione: “Il giorno dopo”

“Il giorno dopo” è il tempo del riconoscimento, del prendere coscienza, della consapevolezza… attivando quella memoria pneomatica di cui parla l’introduzione al vangelo di Giovanni della bibbia Einaudi.

Pensando a ciò che viene detto immediatamente prima, quando Giovanni interrogato dai mandati dei farisei replica dicendo: «Io non sono né il Cristo, né Elia, né il profeta. Io battezzo con acqua, ma in mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, lui viene dietro di me, ma io non ho titolo per sciogliergli il legaccio del sandalo!». Questo avvenne a Betania, oltre il Giordano, dove Giovanni battezzava. (Gv 1,24-28)

 

L’espressione “Ecco” ci rimanda ad una manifestazione, una rivelazione a Israele tramite Giovanni Battista:

«Neanche io lo conoscevo, ma — perché fosse manifesto ad Israele — per questo sono venuto a battezzare con acqua!».

“L’Agnello di Dio” — la parola agnello, nella Sacra Scrittura è fondamentale.

La troviamo dalla Genesi all’Apocalisse, anzi nell’Apocalisse è la parola centrale, in quanto qui per ben ventotto volte Gesù appare come agnello e centro della storia del mondo.

In Genesi 22 Abramo era stato invitato da Dio a dare suo figlio, che era il suo futuro, il rapporto tra lui e la promessa, quindi era la sua propria vita. Dando Isacco rinunciava al futuro, rinunciava alla sua propria vita e, questo era l’invito: dare sé stesso nel figlio. Ma nel momento in cui vuole uccidere il figlio, passando dall’atto fondamentale del cuore, all’atto del sacrificio estremo, Dio interviene, lo impedisce e Abramo stesso trova e vede impigliato nel cespuglio un agnello e capisce: “Dio stesso mi provvede il dono”. Dio non vuole la nostra morte ma la nostra vita, e noi possiamo dare a Dio solo doni dati da Lui stesso, come diciamo nella preghiera eucaristica: Dio stesso mi dà quanto io posso dare, quanto io do è sempre dono suo, Dio dà sé stesso.

Al capitolo 8 versetto 56 del vangelo di Giovanni, c’è un testo sorprendente, dove Gesù dice: «Abramo vide il mio giorno e si rallegrava». Non sappiamo a che cosa accenni l’evangelista, non sappiamo come e quando Abramo abbia visto il giorno di Dio per rallegrarsi, ma forse possiamo pensare chiaramente a questo momento nel quale vede l’agnello e così da lontano, vede il vero agnello, il Dio che si fa agnello, il Dio che dona sé stesso nel Figlio e vedendo questa grandezza dell’amore di Dio, gioisce e capisce tutta la bellezza della sua fede.

Gli altri due testi fondamentali sono Esodo 12,1-14, istituzione della Pasqua. Qui, come sappiamo, è la notte della liberazione dall’Egitto e il sangue dell’agnello difende Israele contro la morte, e nello stesso tempo apre la porta alla libertà; è notte della liberazione, della vittoria sulla morte, notte della libertà: il tutto centrato sul sangue dell’agnello.

E Isaia 52, 13-53,12 dove il Servo appare come Agnello: «… Maltrattato, lui si è lasciato umiliare senza aprire bocca, come agnello condotto al macello, come pecora muta davanti ai suoi tosatori non ha aperto bocca…».

In aramaico la parola “taljà” significa sia servo sia agnello; quindi, nel Servo si realizza la sorte dell’agnello.

“Ecco il servo di Dio”: il servo di Dio è qualcosa che tocca il cuore di ogni israelita, perché ogni ebreo desidera servire Dio. Servire è una voce del verbo amare, chi ama davvero si mette al servizio. L’amore non è un sentimento, è qualcosa che si fa, che diventa opera, azione.

“Colui che toglie il peccato del mondo”, colui che riconcilia, che toglie la distanza, che ricapitola, che crea unità nuziale-comunione, che è anche sposalizio: “Beati gli invitati alle nozze dell’Agnello”.

  1. Paolo ha usato una formula audace: «Noi dobbiamo completare quanto manca della passione di Cristo» (Col 1,24). La passione di Cristo è un tesoro infinito e non possiamo aggiungervi nulla e, tuttavia il Signore ci invita ad entrare in questa massa del bene, a completarla con il nostro vivere umile e povero e così stare con Cristo, nella lotta contro il male. Aiutarlo, sapendo allo stesso tempo, che porta anche il mio male e perdona anche me col tesoro della sua bontà, della sua intimità.

Ritornando a Giovanni, il testimone, come viene riconosciuto nel vangelo di Giovanni, “Era lui del quale ho detto”, Giovanni non dice di sé, nel prologo si dice di lui. “Venne un uomo mandato da Dio, il suo nome era Giovanni. Costui venne per dare testimonianza alla luce…”

La testimonianza di Giovanni è: «Gesù è veramente il Messia, l’Unto, il Figlio di Dio, perché lo Spirito dimora stabilmente su di lui!».

Giovanni attesta di lui e grida dicendo: «Era lui, di cui dissi: uno che viene dietro a me, passa avanti a me, poiché era primo rispetto a me! Neanche io lo conoscevo», siamo qui con la consapevolezza di non conoscerlo, ma animati da uno spirito di ricerca. Conoscenza sempre da rinnovare Mt 11,2-6 e Lc 7, 18-23, non dobbiamo mai pensare di avere un’immagine definitiva di Gesù, ma dobbiamo rinnovarla con l’assiduità al vangelo. Questi versi ci rivelano che non possiamo avvicinarci a Cristo solo attraverso le normali capacità umane, perché come scrive Paolo: «Se anche abbiamo conosciuto Cristo alla maniera umana, ora non lo conosciamo più così» 2Cor 5,16. È chiaro, dunque, che non possiamo riconoscere Cristo senza lo Spirito Santo. È questo Spirito, comune al Padre e al Figlio che ci apre al mistero di Gesù che ci conduce al Padre. Ogni credente che nel battesimo ha ricevuto lo Spirito è chiamato a diventare testimone del Vangelo di Cristo, «perché porti la mia salvezza fino all’estremità della terra» (Is 49,6).

San Serafino di Sarov (un monaco cristiano russo, considerato dalle chiese ortodosse tra i più importanti) afferma che “il vero scopo della vita cristiana è l’acquisizione dello Spirito Santo”. Acquisizione non nel senso di possesso e di proprietà, ma nel senso di un incessante approfondimento dei nostri cuori che, risolutamente impegnati nell’invocazione dello Spirito, si aprono a una crescente disponibilità, che si trasforma in docilità.

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