Meditiamo sulla Parola – III Domenica tempo ordinario anno A

Mt 4,12-23

Dopo aver narrato della predicazione di Giovanni Battista, del Battesimo di Gesù nel Giordano, delle tentazioni nel deserto affrontate da Gesù, l’evangelista Matteo racconta, nel brano odierno tratto dal capitolo 4, l’inizio del ministero pubblico del Signore. Questa sezione sarà seguita dal “Discorso della montagna” (nei capitoli 5-6-7) e dall’attività di Gesù in favore dei poveri, dei malati, degli emarginati (nei capitoli 8-9).

Dopo la carcerazione del Battista, Gesù si trasferisce in Galilea, a Cafarnao, cittadina di confine, di frontiera, situata sulla sponda settentrionale del Lago di Genesaret (o “di Tiberiade” o di “Kinneret”), vicina alla Via Maris, antica strada che dall’Egitto portava a Damasco in Siria e quindi posto di transito di persone e di commercio, luogo dalla mentalità un po’ più aperta e quindi ideale per l’annuncio della bella notizia della vicinanza del Regno. I territori delle antiche tribù di Zabulon e di Neftali, occupate dagli Assiri nell’8° secolo a.C., avevano subìto rimescolamento etnico, per cui la regione fu chiamata “ghelil ha-goim” = “curva delle genti”, ossia Galilea. Circa 200 anni prima di Cristo quei territori furono “rigiudeizzati”, ma rimarranno sempre caratterizzati da una popolazione mista di ebrei e pagani, influenzata da cultura greca. L’evangelista vede nella scelta della Galilea da parte di Gesù l’avverarsi di una profezia di Isaia che, in occasione della disfatta delle tribù del Nord da parte degli Assiri, ne predisse la liberazione per opera dell’Emmanuele, il bambino discendente da David. Matteo, quindi, conferisce anche una motivazione teologica al trasferimento di Gesù in quella regione e, implicitamente, risponde alle obiezioni dei Giudei i quali consideravano inammissibile la manifestazione del Messia nella Galilea (Gv7,40-52) perché regione contaminata per la presenza di numerosi abitanti pagani e perciò considerata ai margini della religiosità “pura” praticata in Giudea, a Gerusalemme.  La Parola, dunque, risuona in una zona periferica, sospetta, disprezzata. Matteo considera la presenza di Gesù nella Galilea come l’apparizione della “grande luce” vaticinata dal profeta, luce per tutte le nazioni.  Anche del Servo di Jhwh è detto che Dio l’ha stabilito “luce delle nazioni” (Is 42,67; 49,6). Più avanti, nel capitolo 8, l’evangelista identificherà esplicitamente Gesù con il Servo di Jhwh. Il versetto 17 registra l’inizio dell’attività pubblica di Gesù e l’espressione da Lui usata: “Convertitevi, perché si è avvicinato il Regno dei Cieli” è la stessa di quella proclamata dal Battista. L’Evangelo, cioè la bella e buona notizia, consiste nell’annuncio della vicinanza del Regno dei Cieli; esso, in Gesù, si fa presente nella Storia e vicino all’umanità. La parola “Cieli” era utilizzata dagli Ebrei per evitare di pronunciare il Nome di Dio.

Il doppio racconto di vocazione, oltre a corrispondere a quello dell’evangelista Marco (1,18-20), è modellato su uno schema biblico, affine alla chiamata di Eliseo da parte del profeta Elia (1 Re19,19-21). La concisione, la sobrietà, la semplicità estreme con cui viene narrata la chiamata dei primi quattro discepoli, senza divagazioni su eventuali e probabili approcci precedenti, su reazioni emotive o processi psicologici, mette in evidenza la forza autorevole della Parola di Gesù (v19); è questo il fulcro teologico del racconto: quella di Gesù è una Parola efficace come quella del Creatore che parla ed è, che comanda ed esiste. È l’azione di Gesù ad essere sottolineata in tutta la pericope: è Lui che cammina, vede, parla, chiama. La “luce” citata nel versetto 16 si irradia: il Regno dei Cieli, in Gesù, si rende prossimo alle persone. La frase “Venite dietro a me” traduce un’espressione semitica che probabilmente Gesù ha usato. “Dietro” denota una relazione di discepolato e quello di Gesù non è una novità: anche i rabbini erano circondati da numerosi discepoli che li servivano o li retribuivano per l’insegnamento ricevuto. La novità consisteva nel fatto che non erano i discepoli a scegliere il maestro ma era Gesù che li chiamava alla sua sequela per unirsi a Lui e condividere la sua vita insieme ad altri fratelli, formando una nuova famiglia plasmata dall’ascolto della sua Parola. Scaturisce così una profonda comunione di vita. I discepoli sono inoltre chiamati a collaborare con Gesù nella proclamazione del Regno dei Cieli, divenendo “pescatori di uomini”. È un’immagine del linguaggio escatologico: come i pescatori “raccolgono”, tirano fuori dall’acqua i pesci, così i discepoli sono associati a Gesù per la “raccolta” escatologica degli uomini (“Tirar fuori” dall’abisso del male).

L’ultima parte della pagina evangelica di oggi presenta, con tre verbi, tutto ciò che Gesù ha operato durante la sua vita pubblica. 1°: ha insegnato (è stato la luce che ha rischiarato le tenebre di questo mondo); 2°: ha annunciato la bella/buona notizia che Dio è Amore e solo Amore (nessuna religione lo aveva mai detto: Dio ama ognuno, senza condizioni); 3°: ha curato (si è fatto vicino a poveri, emarginati, malati… per ridare dignità, segno di una vita in pienezza).

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