Meditiamo sulla Parola – IV domenica tempo ordinario anno A

Mt 5,1-12

La parte del discorso della montagna dedicata alle beatitudini è uno dei passaggi più amati e citati dei vangeli. L’invito alla gioia di Gesù – “rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli” – mostra la sua caparra già nel presente. Vivendo le beatitudini, pur con tutti i nostri limiti e miserie, possiamo sperimentare già qui e ora la felicità che consiste nel vivere come Gesù e con lui. “È lui che ti indica il tesoro, ed è lui stesso il tesoro per te” (Gregorio di Nissa). Proprio Gesù, che in-segna un cammino di gioia, è la nostra beatitudine che apre tutti i giorni davanti a noi le vie della felicità cui anela ogni essere umano. Nell’A.T. è sovente l’affermazione che proclama la beatitudine, la felicità riservata al credente che vive determinate situazioni; è detto beato (‘ashrè in ebraico, da ‘ashar, “andare, avanzare”; makários in greco) “chi trova gioia nell’insegnamento del Signore e lo medita giorno e notte” (Sal 1,2); è “beato chi discerne il povero” (Sal 41,2); è “beato chi ha pietà degli umili” (Pr 14,21); è “beato chi agisce con giustizia e pratica il diritto in ogni tempo” (Sal 106,3).

Nei Vangeli vi sono due testi conosciuti come le beatitudini per eccellenza pronunciate da Gesù: le parole di apertura, il “portale grandioso” del discorso della montagna, il primo grande discorso di Gesù nel Vangelo secondo Matteo (Mt 5,1-12), e quelle con cui inizia il discorso in un luogo pianeggiante nel Vangelo di Luca (Lc 6,17-49). In Mt seguono otto beatitudini rivolte alla terza persona plurale e una, l’ultima, alla seconda persona plurale. La prima e l’ottava si corrispondono nella causa della beatitudine: “Perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3.10). La versione di Lc presenta quattro beatitudini, poste alla seconda persona plurale e parallelamente quattro “guai”, degli avvertimenti, delle messe in guardia, dei richiami in vista della conversione.

Che senso ha oggi leggere le beatitudini? Noi cristiani siamo chiamati a mostrare con la nostra vita cammini di umanizzazione e di salvezza percorribili da tutti gli uomini. La vita cristiana non solo è buona, segnata dai tratti della bontà e dell’amore, ma è anche bella e beata, è via di bellezza e di beatitudine, di felicità. La via cristiana è esigente, richiede fatica e sforzo al fine di “entrare attraverso la porta stretta” (Lc 13,24; Mt 7,13). Secondo l’insegnamento di Gesù la vita di chi si pone alla sua sequela non solo vale la pena di essere abbracciata ma è causa di beatitudine: è fonte di felicità. Uno spirito e uno stile annunciato e vissuto da Gesù nella libertà e per amore: le beatitudini sono una chiamata alla felicità. Vivere un’esistenza che, pur a caro prezzo, ha i tratti di una vera e propria opera d’arte: la povertà in spirito, il pianto, la mitezza, la fame e la sete di giustizia, la misericordia, la purezza di cuore, l’azione di pace, la persecuzione subìta a causa della giustizia, sono situazioni capaci di produrre beatitudine già qui, in questa vita, e poi nel “mondo che verrà”, quello in cui Dio regna definitivamente. Le beatitudini vengono indirizzate a persone che sono in condizioni umane di prova, di difficoltà, di contraddizione. Essi possono nutrire la speranza che l’ultima parola sulla loro vita sarà quella pronunciata da Dio nel Regno. Le beatitudini si aprono al futuro, a quel compimento che ci sarà solo nel Regno e questo futuro è già stato presente nella persona di Gesù, lui che era il Regno, lui che era l’uomo sul quale Dio ha regnato pienamente, in un passato ben preciso. E Gesù nella parabola del giudizio finale ha unito queste dimensioni temporali attraverso parole di una semplicità disarmante e di sorpresa per i destinatari; parole che delineano un orizzonte di beatitudine e di salvezza possibile per ogni uomo: “Venite, benedetti del Padre mio – cioè: “Beati voi!” -, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo, perché ho avuto fame…” (Mt 25,34-37.40). Gesù è l’uomo delle beatitudini, è lui il povero, il piangente, il mite, l’affamato e assetato di giustizia, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato a causa della giustizia. Le beatitudini non sono un’ideologia, un’utopia o una dottrina spirituale: Gesù le ha dette per rivelare quella che è stata la sua esperienza umana, nella quale egli ha trovato la felicità. Una felicità a caro prezzo; una felicità che nasceva in lui dalla consapevolezza che il senso della sua esistenza consisteva nel vivere l’amore per Dio e per gli uomini. L’amore è espressione di bontà e di bellezza in cui Gesù ha trovato la sua felicità. E se la bellezza è promessa di felicità, l’agire “bello” e gratuito di Gesù è anticipazione di felicità futura, dono di speranza per chi nell’oggi non intravede né senso né felicità: diviene, grazie allo Spirito Santo, dono della filialità divina a ogni uomo come “creatura nuova”. Le beatitudini sono una lampada in questo cammino verso la felicità.

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