Meditiamo sulla Parola – VI domenica tempo ordinario anno A
Mt 5, 17-37
Gli ebrei chiamano Legge i primi cinque libri della Bibbia. Un modo sorprendente di denominare una collezione che contiene, sì, norme, precetti e comandi, ma non costituisce un codice di diritto come lo intendiamo noi oggi. È un appassionante racconto, una storia d’amore d’Israele con il suo Dio: inizia dalla creazione del mondo e continua con la chiamata di Abramo, le vicende dei patriarchi, la schiavitù in Egitto e l’esodo. Una Legge davvero originale. Il termine Legge non traduce esattamente l’ebraico Toràh che deriva dalla radice iaràh e indica l’atto di scagliare una freccia, di mostrare la direzione.
Essendo opera di Dio, la Toràh non può essere né smentita né contraddetta. “La Scrittura non può essere annullata” – ha dichiarato Gesù (Gv 10,35) – perché Dio non può avere ripensamenti o rinnegare quanto ha detto in passato o apportarvi correzioni. Il cammino da lui tracciato dall’AT ha validità perenne. Nella prima frase del vangelo di oggi Gesù ribadisce questa verità. Gesù è rispettoso delle leggi e delle istituzioni del suo popolo, ma le interpreta in modo originale; il suo punto di riferimento non è la lettera del precetto, ma il bene dell’uomo per il quale non esita a violare anche il sabato e questa sua libertà suscita stupore, perplessità e anche irritazione nelle autorità religiose. Tuttavia, più che la sua mancata osservanza delle prescrizioni dei rabbini, ciò che crea sconcerto era il suo messaggio, la nuova Toràh che sconvolge i principi e i valori su cui era fondata l’istituzione religiosa e civile d’Israele.
Come può Gesù dichiarare di essere in sintonia con l’AT se proclama beati i poveri, i perseguitati, gli oppressi e se annunciava, per i suoi seguaci, difficoltà, sofferenze e persecuzioni? Il suo messaggio è in aperto contrasto con le Scritture.
Ecco come chiarisce la sua posizione e le sue scelte: le promesse fatte da Dio si compiranno tutte, non ne cadrà nemmeno una. Prima che il mondo sia finito, quanto è stato scritto si realizzerà, ma in modo inatteso e la sorpresa sarà tanto grande che persino le persone pie, devote, sincere, come il Battista, correranno il rischio di veder vacillare la loro fede e di rimanere scandalizzate (Mt 11,6).
In questa luce vanno intesi i detti di Gesù che concludono la prima parte del vangelo di oggi, riguardanti l’osservanza dei precetti anche minimi e la giustizia superiore a quella degli scribi e dei farisei (vv. 19-20). I precetti cui fa riferimento non sono quelli dell’antica legge, ma le beatitudini.
Come nella pratica dell’antica legge c’era chi si accontenta della fedeltà ai precetti più importanti trascurando gli altri, così nell’adesione alla proposta delle beatitudini c’è chi si attiene al minimo (ammirarle, approvarle, appoggiare chi ha il coraggio di praticarle) e c’è chi è coerente fino in fondo e fa scelte coraggiose e decise. Agli occhi di Dio – dichiara Gesù, con un certo umorismo – i primi appariranno come “i minimi”, gli altri invece saranno giudicati grandi, saranno considerati “rabbini” nel regno dei Cieli, saranno cioè persone da additare come modelli agli altri discepoli.
Nella seconda parte del vangelo (vv. 20-37) vengono presentati quattro esempi del balzo in avanti, richiesto a tutti coloro che vogliono entrare nel regno dei Cieli. Si tratta di quattro disposizioni che si ritrovano nell’AT e che non vengono smentite, ma spiegate in modo originale.
Il primo caso che viene preso in considerazione è Non uccidere! (vv. 21-26) si traduce in ebraico biblico come lo tirtzach, espressione che si riferisce specificamente al divieto di commettere l’omicidio ingiusto o premeditato e non all’uccisione in senso assoluto. È una disposizione chiara, che non ammette eccezioni e che condanna qualunque forma di omicidio. Ci sono vari modi – subdoli, sofisticati, occulti, camuffati – di uccidere (Kieslowsky Decalogo 5 pena di morte legalizzazione dell’omicidio di stato in tutta la sua pomposa ritualità). Non si riesce ad uccidere se prima non ci si è convinti di avere a che fare con chi non è uomo, non merita di vivere e quindi è bene che venga eliminato. Quest’opera denigratoria è portata avanti mediante le parole, come uno spietato ritornello: “È uno stupido”, “è un pazzo”, “è un senza Dio”. Così si giunge, senza rimorsi, a pronunciare la sentenza: merita “il rogo”. È questo cuore crudele e ingiusto – insegna Gesù – che va disarmato. All’opera di demonizzazione dell’uomo, egli contrappone il suo giudizio: è un fratello. Per tre volte ripete questa parola (vv. 22-24), come un antidoto per guarire il cuore dal veleno dell’odio, mantenuto vivo e incrementato dalle parole cattive. Poi affronta alla radice i conflitti: introduce il tema della riconciliazione richiamandone il dovere e l’importanza (vv. 23-24). Lo spunto è preso da una pratica religiosa di Israele. Prima di entrare nel tempio ad offrire sacrifici, è necessario sottoporsi a meticolose purificazioni. Gesù dichiara che non è il corpo che ha bisogno di essere puro, ma il cuore: la riconciliazione con il fratello sostituisce tutti i riti purificatori. Se per i rabbini la più importante delle preghiere giudaiche – lo Shemà Israel – una volta iniziata, non può più essere interrotta, per nessuna ragione, Gesù afferma che, per riconciliarsi con il fratello, si deve addirittura piantare a metà non solo lo Shemà Israel, ma perfino l’offerta del sacrificio nel tempio.
Dopo aver richiamato il dovere della riconciliazione, Gesù ne sottolinea l’urgenza (vv. 25-26). Non può essere dilazionata. Le immagini severe della prigione, delle guardie, dell’obbligo di pagare fino all’ultimo spicciolo. sono tipiche della cultura semitica e del linguaggio rabbinico; sono introdotte per richiamare, in modo energico, la necessità inderogabile della riconciliazione.
Gesù passa poi al problema dell’adulterio (vv. 27-30). Il verbo utilizzato dall’evangelista è “desiderare”, in greco epithyméin. Esso rimanda al sottofondo ebraico del nono e decimo comandamento del Decalogo: «Non desidererai la casa del tuo prossimo. Non desidererai la moglie del tuo prossimo» (Esodo, 20,17). Là si usa il verbo ebraico hamad. Non indica la semplice emozione istantanea e spontanea di fronte a una persona o a una realtà attraente, bensì una decisione profonda della volontà che pianifica un progetto vero e proprio per conquistare l’oggetto del desiderio, anche attraverso una macchinazione o una tensione psicologica intima o una costante concupiscenza.
Due sono i membri del corpo che bisogna essere disposti ad amputare: l’occhio destro e la mano destra. In questo contesto sono il simbolo di ciò che risveglia la libidine (sguardi) e dei contatti pericolosi (mano). È necessario essere pronti a rinunciare a tutto ciò che l’opinione comune ritiene magari esperienze arricchenti, conquiste gratificanti, occasioni da non perdere (la parte destra era ritenuta la più nobile, la preferita; Sal 137,5), pur di non rovinarsi la vita. Non si tratta di mutilazioni materiali, ma del faticoso autocontrollo di cui parla anche Paolo: “Tratto duramente il mio corpo e lo tengo soggiogato perché non succeda che dopo avere predicato agli altri, venga io stesso squalificato” (1 Cor 9,27).
Il terzo caso riguarda il divorzio (vv. 31-32). Dio ha voluto il matrimonio monogamico e indissolubile. “I due formano una carne sola” (Gn 2,24). Per la durezza del cuore dell’uomo si è introdotto però, anche in Israele, il divorzio codificato nel libro del Deuteronomio: «Quando un uomo ha preso una donna e ha vissuto con lei da marito, se poi avviene che essa non trovi grazia ai suoi occhi, perché egli ha trovato in lei qualche cosa di vergognoso, scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni in mano e la mandi via. Data la concezione maschilista dell’antico Vicino Oriente, in queste norme la donna è sfavorita e la presunzione di colpa cade prima di tutto su di lei. La tradizione giuridica successiva del giudaismo cercherà di precisare questi commi, attestandosi su due fronti antitetici, quello rigorista che ammette il divorzio solo in caso di adulterio e quello lassista che lo concede per qualsiasi giusta causa, compresa una minestra scotta e la noia di vedere sempre la stessa faccia! La donna, non essendo soggetto giuridico riconosciuto, non solo non può aprire una causa di divorzio ma neppure appellare contro una sentenza di scioglimento del suo matrimonio. Andando contro la consuetudine, le tradizioni e le interpretazioni dei rabbini, Gesù riporta il matrimonio alla purezza delle origini ed esclude la possibilità di separare ciò che Dio ha stabilito che rimanga unito.
Il quarto caso è il giuramento (vv. 33-37). Durante l’esilio a Babilonia gli israeliti hanno assimilato, fra le altre cattive abitudini, anche quella di giurare a sproposito. Arrivavano al punto di non fare più un’affermazione senza accompagnarla con qualche imprecazione e per evitare di pronunciare il nome di Dio ricorrono a formule meno impegnative: il cielo, il tempio, la terra, i loro genitori, la loro testa. Gesù prende posizione contro quest’abitudine sconsiderata e lo fa con la sua solita radicalità (vv. 33-37). Non è tanto la profanazione del nome del Signore che lo preoccupa, ci sono altri elementi che rendono inaccettabile un giuramento. Anzitutto esso presuppone una concezione pagana di Dio che è immaginato come un vendicatore, pronto a scagliare i suoi fulmini contro bugiardi e spergiuri; poi è il sintomo di una società in cui regnano la diffidenza, la sfiducia, la slealtà, il sospetto reciproci. Nella comunità dei discepoli di Gesù il giuramento è inconcepibile perché essa è costituita da persone dal “cuore puro” (Mt 5,8), guidate dallo spirito di verità (Gv 14,17; 16,13), che bandiscono dalla loro vita ogni menzogna – come raccomanda Paolo – “Deposta la menzogna, parlate ognuno al vostro prossimo secondo verità, poiché siamo membri gli uni degli altri” (Ef 4,25; 1 Pt 2,1).