Meditiamo sulla Parola – I domenica di Quaresima anno A

Mt 4,1-11

Nella prima lettura della liturgia di questa domenica, tratta dal libro della Genesi, ascolteremo il racconto emblematico della tentazione che viene ad interrompere il rapporto perfettamente filiale fra la creatura e il suo Creatore, ma cosa significa la parola tentazione?

Il testo greco del vangelo utilizza un verbo che, come spesso accade, ha un’antica origine indoeuropea, letteralmente indica l’azione di un oggetto acuminato che penetra in qualcosa per saggiarne la consistenza, un provare qualcosa per diventarne esperto cioè, come diciamo anche noi in italiano diventare un “perito”, ma questo termine è anche, non a caso, collegato al verbo perire che significa, come sappiamo, perdere la propria vita. Quindi la tentazione è affrontare una prova per valutare se stesso o un altro, ma con il rischio di potersi anche fare del male, qualcosa attraverso cui occorre passare per poter andare oltre, un po’ come il popolo d’Israele che per raggiungere la Terra promessa dovrà diventare esperto di sofferenze, errori, perdite e prese di coscienza.

Ciò detto, nel vangelo, avviene l’impensabile:

Gesù, totalmente uomo e perfettamente Dio, viene anche lui sottoposto alla prova, il famoso saggio di cui abbiamo detto, anche il suo animo è stato esplorato con uno strumento acuminato per valutarne la consistenza, tanto ha permesso la promessa di libertà del Padre, infinito Bene, tanto ha osato la presunzione del Male.

Badiamo bene: è lo Spirito a condurre Gesù nel deserto, non è una sua sola scelta, lui obbedisce e non si sottrae, da poco ha ricevuto il battesimo, da poco la voce stessa di Dio lo ha proclamato figlio amatissimo, ma poiché è uomo sottostà a tutte le nostre prove, così come avrà avvertito fame, sete, dolore e paura, allo stesso modo sperimenta la prova della tentazione e lo scenario è un deserto.

Il deserto come luogo fisico è tante volte citato nell’A.T. come luogo pericoloso e inadatto all’uomo, ma è anche spesso scenario dell’incontro con l’Assoluto che pone la creatura in quel vuoto di cose, di rumori e di presenze per essere più facilmente percepito dai nostri sensi limitati. Quindi non un luogo con una connotazione totalmente negativa, anzi, al di là delle oggettive difficoltà di sopravvivenza, può addirittura essere considerato una opportunità, come poi hanno bene inteso quanti vi ci si sono ritirati per favorire l’incontro con Dio.

D’altra parte, spesso Gesù cercava la solitudine, non ne era spaventato, né era provato dall’assenza di altri, sappiamo infatti, leggendo il vangelo, che l’unica cosa che lo prostrerà significativamente, come vedremo nell’orto degli ulivi, ultimo deserto della sua vita, è la sensazione dell’assenza del Padre, del ritrarsi dello Spirito divino dal suo animo.

Il nemico di Gesù nel testo ha diversi nomi: è il diavolo cioè in letteralmente colui che divide, colui che “getta attraverso” cioè “crea fratture” fra il Creatore e la creatura per calunniare, per insidiare, per rovinare il rapporto; è il tentatore cioè, come già detto, colui che “saggia” con intenzione malevola; è, infine, Satana dall’ebraico SAATA’N un nome che spesso nell’A.T. ha il significato di avversario in guerra (I° libro dei RE) o in giudizio (Salmi) oppure di oppositore che sbarra la strada (Numeri) o di cattivo consigliere (II° libro dei Re). Solo nel N.T. prende definitivamente il significato di colui che accusa gli uomini presso Dio dopo averli spinti all’errore.

In questo brano lo si vede operare e parlare in piena libertà e si comprende subito lo scopo delle sue azioni che appaiono guidate da una logica totalmente opposta a quella del Messia, ma non lontanissima dal sentire dell’uomo quando perde di vista il Bene e il Giusto del suo destino. Ricordiamo per inciso che appare altre volte nelle pagine dello stesso autore, per esempio nella controversa su Beelzebul, il signore delle mosche, e nell’espressione forte rivolta a Pietro il quale, all’annuncio del destino di morte del Maestro, si ribella e sembra suggerire scorciatoie più indolori, ma non coerenti con la volontà del Padre riguardo alla missione e alle scelte di Gesù.

Il primo assalto all’umanità, la prima tentazione, raccontata nella Genesi, avviene in un lussureggiante Eden e nasce dal dubbio, abilmente insinuato, che il progetto di Dio possa non essere giusto, le sue leggi sbilanciate, il suo desiderio di potere esclusivo, non è la fame a convincere i nostri progenitori, è il pensiero che Dio non sia il Padre giusto che si dichiara, ma un monarca geloso del suo potere, cioè un dio meschino e dispotico. Quello che viene a mancare nell’uomo è l’Amore e come si fa ad amare qualcuno di cui non ci si fida più? Come si fa a lasciarsi amare da qualcuno che non riconosciamo buono e di cui non abbiamo fiducia? Cosa mai aveva fatto Dio per meritare un simile giudizio? Nulla. Eppure, il pensiero appena soffiato dal serpente alle orecchie di Eva ne raggiunge il cuore, ne modifica la volontà.

Cosa accade, invece, nel deserto della Palestina? Cosa viene soffiato all’orecchio di Gesù?

Gesù subisce questa prova alla fine, non durante, i quaranta giorni di digiuno e sono tre attacchi, tre tentativi di scardinare dalle fondamenta il progetto di redenzione in cui credeva, in obbedienza assoluta al Padre, proprio come nella storia di Israele che nel suo peregrinare per quaranta anni subisce tre grandi prove: la fame, la sete, l’idolatria.

Il primo assalto di Satana pesca nella difficoltà tutta umana di chi è senza cibo, senza il minimo per sopravvivere e fa balenare la necessità di una scelta: se vuoi il pane chiedi, “ordina” che Dio ti conceda ciò che ti occorre. A questa provocazione la immediata risposta di Gesù è una citazione della Parola di Dio che viene subito contrapposta al desiderio materiale, egli scopre subito l’inganno: secondo Satana ci sarebbe la necessità di una scelta fra il pane e la Parola, è il primo affondo di chi mente e vuole sfregiare il volto di Dio rendendolo un padre cattivo, ma il Messia ribatte che la Parola di Dio se attuata porta pane e giustizia per tutti, cioè la Parola per avere pane; il dilemma, la disgiunzione “o”  “o” è diabolica, è falsa e lo dimostrerà al cap. 14: dopo aver insegnato alle folle, aver elargito la Parola, Gesù si preoccupa che non hanno da mangiare e provvede personalmente: hanno avuto la Parola ora darà il pane, partendo dal poco a disposizione, basterà la condivisione del proprio con gli altri senza cercare di piegare la volontà divina alla nostra ciò che dimostrerebbe fondati tutti i dubbi sull’amore del Padre che deve invece restare certo e sicuro per tutti.

È la LIBIDO AMANDI, (desiderio di amare nel senso di prendere per sé) dice E.B.  “è la tentazione cui è soggetta l’umanità intera come esprime bene il libro della Genesi quando dice che l’essere umano vide che l’albero che non doveva essere mangiato “era buono da mangiare”.

Nel secondo episodio il tentatore si adegua alla risposta di Gesù e decide di usare la Parola come arma e, per metterlo alla prova una seconda volta, cita il Salmo 91 che, se correttamente interpretato, dice che il Signore ha per noi le cure più tenere e amorevoli e niente può farci del male perché gli siamo cari. Estrapolando, invece, la frase citata nel vangelo diventa una provocazione, una sfida al Creatore di provarci, Lui a noi, il suo affetto con cose o gesti eclatanti, è come se dicessimo: mio padre e mia madre non mi interessano per ciò che sono o per ciò che io sono per loro, mi interessano invece le cose che mi danno in affetto, soldi, cibo ecc. Non sarebbe un grande rapporto. Con Dio il tentatore vorrebbe che Gesù, e noi con lui, facessimo lo stesso: ma se siamo figli, se Egli ci dona questa possibilità di intimità unica cos’altro dovrebbe darci?

Satana vorrebbe che Gesù negasse a Dio il bene che ci dà, la misura pigiata, colma e traboccante che ci riversa in seno impedendoci di rispondere al suo amore gratuito, ma non è questo il Dio di Gesù, non è il nostro e perciò con autorità il Messia risponde che l’uomo non deve saggiare Dio perché non se lo merita avendoci già dato tutto. Armellini commenta: “La più subdola delle astuzie del male è quella di presentarsi con un volto accattivante, di assumere un’aria devota, di servirsi della stessa parola di Dio – magari storpiata o interpretata in modo insensato – per condurre fuori strada”.

È la LIBIDO DOMINANDI che nell’EDEN si materializzava in un frutto “appetitoso alla vista” cioè solo formalmente buono, come buone sono le parole delle citazioni del tentatore, ma non le sue vere intenzioni.

Infine l’ultima proposta, la più oscena, la scelta qui è fra dominare o servire, il dominio sul mondo intero, il successo assicurato in cambio del riconoscimento formale di sottomissione, inginocchiarsi nel gesto dello schiavo per evitare l’infamia della croce. Satana è padrone del potere, lo dà a chi lo desidera e chi lo desidera ardentemente, ad ogni costo, lo ottiene certamente, una visione agli antipodi con la proposta messianica che intende l’autorità come servizio, un dominio che rende libero chi lo riceve e chi lo esercita.

Gli stessi discepoli, lo sappiamo bene, faranno molta fatica ad accettare un Messia di questo tipo, lontanissimo dalle attese che per secoli il popolo di Israele ha tramandato cioè la figura di un vincitore

che sconfigge i nemici e a cui sono dovuti onore e gloria in eterno. Vedere Gesù cingersi le vesti ed inchinarsi a lavare i loro piedi sarà davvero sconvolgente, ripercorrere lo stesso cammino di consapevolezza ed umiltà sarà per tutti loro durissimo; addirittura Giuda non accettando questo modo di essere, rivoluzionario e sconvolgente, finirà per mettere in moto una serie di eventi che porterà un innocente, Dio stesso, alla croce sul Golgota.

Ma Dio sa che il pericolo per gli uomini è sempre lo stesso: la perdita del suo dono più importante cioè la libertà, la libertà dei figli, la libertà di chi ama non di chi serve. Gesù scaccia Satana, gli impone l’allontanamento perché il suo successo nell’essere Messia non può prevedere una perdita di autonomia nell’uomo, un condizionamento forzato, un amore imposto. Il suo regno è pensato per dare la libertà non per sottrarla.

È la LIBIDO POSSIDENDI : l’albero e il suo frutto nella Genesi vengono descritti come “buoni per ottenere potere”, ma, aggiungiamo noi, terribili nelle conseguenze da pagare con la perdita della libertà.

Terminata questa pagina drammatica sembra che un gran silenzio, un benedetto, un divino silenzio ritorni in quel deserto, in tutti e tre i sinottici l’episodio è narrato in modo sostanzialmente simile, ma con queste differenze nel finale:

Marco dice che Gesù stava con le bestie selvagge, animali selvatici che qualcuno interpreta come i nostri istinti peggiori, quelli che il Messia ci insegna con il suo esempio, a domare e controllare, impedendoci così di divorare l’altro, imparando ad accoglierlo con amore.

Luca dice che Satana va via ma lascia intendere che la partita non si chiuda qui, il tentatore ritornerà fino all’ultima provocazione ad un morente sulla croce per bocca di altri uomini :”Se è Figlio di Dio…scenda dalla croce”

Matteo dice che gli angeli lo servivano preparando un banchetto che richiama una mensa eucaristica dove l’uomo ha imparato a benedire, a ringraziare e a condividere, non pretendendo di essere come Dio        (come pretendeva nella Genesi), perché non è più necessario desiderare di usurparne il posto essendosi finalmente riconosciuto figlio e destinatario di un dono che lo rende di fatto simile al Padre.

Ogni pagina dei Vangeli è, deve essere, sempre e comunque una buona notizia, terminiamo dunque con un accenno ad un brano del grande Antonio, il padre di tutti i monaci. Scrive Enzo Bianchi “Sfinito dalla lotta vittoriosa contro le tentazioni, egli vede il Signore in un raggio di luce e Antonio gli chiede:”Dov’eri? Perché non sei apparso fin dall’inizio per por fine alle mie sofferenze?” E si sente rispondere: ”Antonio, ero qui, a lottare con te”. Il Signore ci conceda di sentirlo, di vederlo, sempre accanto a noi in ogni prova della nostra esistenza.

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