Meditiamo sulla Parola – III domenica di Quaresima anno A
Gv 4
L’incontro tra Gesù e la samaritana viene narrato solo dall’evangelista Giovanni ed è una delle più umane e più belle pagine del quarto vangelo. Per la ricchezza dei suoi richiami biblici, per la poesia della sua cornice – poesia degli incontri vicino al pozzo, poesia delle sorgenti miracolose, delle acque zampillanti, delle messi biondeggianti – per la delicatezza e la profondità del dialogo tra Gesù e questa donna.
Gesù deve tornare in Galilea, l’itinerario da fare potrebbe essere risalendo la valle del Giordano perché la strada era più piana, più sicura e permetteva principalmente di non dover attraversare la Samaria, terra i cui abitanti da secoli erano nemici dei giudei – che li ritenevano impuri ed eretici. Ma – dice il testo – Gesù doveva (édei) passare per la Samaria, un “dovere” dettato da una necessità divina: in obbedienza a Dio, a quell’amore di Dio che non è limitante ma che deve estendersi a tutti gli uomini di qualsiasi razza, religione, questa era la sua missione. La città di Sicar dove Gesù si sta dirigendo, si trova all’ingresso di una gola formata dal monte Ebal e il monte Garizim, è l’unico passaggio possibile per andare in Galilea. All’ingresso di questa gola c’è la città di Sicar, città importante proprio perché città di passaggio. I discepoli vanno lì per procurarsi il cibo, ma Gesù non li segue, prosegue e si dirige ad un pozzo, è il pozzo di Giacobbe, ancora esistente. Giovanni ci presenta qui un Gesù mai presentato prima, dice che giunge affaticato e assetato. Immaginate un uomo, che ha camminato per alcuni giorni in quella zona montuosa oltre Gerusalemme, e nell’ora più calda del giorno, è stanco sicuramente sudato. In questa immagine Giovanni evidenzia un Gesù visto nella sua vera umanità. È solo. i discepoli erano andati a Sicar per trovare del cibo. La prima cosa che fa è di sedersi vicino ad un pozzo. Il pozzo nella storia biblica ha vari significati; in luoghi in cui non si poteva avere acqua è l’elemento di sopravvivenza, di vitale importanza non solo per il popolo ma anche per gli animali, poi era luogo di incontro e di scambio, luogo dove si concordavano matrimoni, nella rilettura rabbinica il pozzo è la Torah ovvero il luogo in cui Dio in persona aspetta l’uomo e la donna per dissetarli con il dono della sua sapienza. Gesù è lì, ha sete ma non ha mezzi per attingere acqua. Arriva una donna. La donna non ha nome, ha un’unica indicazione che è una samaritana, cioè appartenente ad un popolo che si era imbastardito non solo dal punto di vista etnico ma anche religioso. Questo pozzo era a circa 800 metri da Sicar, e viene spontaneo chiedersi come mai la donna va a quel pozzo mentre nella città c’erano due sorgenti Endafne e Anascar. Eppure va al pozzo e nell’ora più calda, mezzogiorno, orario insolito per fare ciò (l’ora qui ha un simbolismo durante la passione di Gesù a quell’ora Pilato ha presentato l’uomo Ecce Homo, piena luce). La donna al tempo di Gesù sottostava a una cultura patriarcale che la emarginava, aveva un ruolo subordinato, confinata in casa con compiti domestici e legati alla fertilità, senza accesso all’istruzione, e assisteva alle funzioni religiose in un’area separata, il matroneo. Le donne non erano tenute allo studio della Torah ma dovevano osservarne i precetti, non quelli positivi (“tu devi”) ma quelli negativi (“tu non devi”).
Di solito le donne vanno al pozzo la mattina presto. Probabilmente, la samaritana si reca al pozzo a quell’ora insolita a causa del suo comportamento immorale pubblicamente riconosciuto, per non imbattersi in quanti la disprezzano. È una donna impoverita nelle relazioni, disorientata, sola, ferita. Al vederla, comportamento insolito, Gesù non aspetta che lei dica qualcosa. Sa che una donna samaritana si sente inferiore e non avrebbe mai parlato con uno sconosciuto, allora parla per primo, e lo fa con una richiesta, anche questo è strano, Gesù difficilmente richiede, ma aspetta che l’altro lo faccia, invece chiede da bere. La donna resta meravigliata che un giudeo, riconosciuto dal suo accento, le chieda da bere. Immagine meravigliosa di un Gesù che si fa mendicante. Ma anche di un Gesù che in quella richiesta mostra anche tutta la sua autorità, non intesa come comando ma un’autorità (da augere che significa alzare) che ha lo scopo di aumentare l’altro, di farlo crescere. Gesù vuol far posto a questa donna, vuole renderla un soggetto. Lo stupore della donna è grande, e alle prime battute di Gesù lei risponde con tono quasi scocciato, sulla difensiva, come si risponde a uno sconosciuto di cui non ci si fida troppo. Ma Gesù non si lascia scoraggiare e continua la conversazione, anzi, alza il livello della proposta, sebbene lei mostri di fraintendere quello che lui dice; si instaura un faccia a faccia cordiale, senza più barriere. Fra loro cade quel muro costruito sull’inimicizia fra due popoli, culturale e religioso. Gesù le fa una promessa: l’acqua del pozzo a cui lei attinge, non disseta per sempre; l’acqua che lui dà diventa in lui sorgente che zampilla. L’uomo che la riceve non è solo un contenitore, e quest’acqua non riempie i suoi vuoti, ma se accolta diventa una sorgente che zampilla per sé e per gli altri. Secondo il Vangelo di Giovanni, quest’acqua è lo Spirito. Ecco che la samaritana comincia a capire qualcosa, e allora chiede da bere. “Signore dammi quest’acqua.” Ma improvvisamente Gesù dà una svolta al dialogo. C’è un’interruzione brusca. Gesù sembra dare un passaggio non motivato da quanto precede: dice alla donna di andare a chiamare il marito. Cosa c’entra il marito? Gesù conosce bene la situazione della samaritana, sa che questa donna, figura della Samaria adultera (cf. Os 2,7), ha cercato di placare la sua sete attraverso vie sbagliate, ha cercato di riempire i suoi vuoti interiori con scelte sbagliate. La prima cosa che vede Gesù è una donna con una povera storia, una donna inquieta e dalla vita complessa. Non ci viene detto perché ne abbia avuti cinque più uno; Gesù non giudica, vede prima il dolore e la sofferenza, poi il peccato. Gesù alla donna non fa rimproveri, vuole solo portare la donna a cercare la verità da sé stessa. Così, nello scoprire se stessa, un po’ alla volta scopre chi è quest’uomo, prima lo vede come profeta, avendo scoperto la sua vita. Poi la donna pone un altro quesito, dove è possibile adorare, incontrare Dio, iniziare una vita di comunione con lui. Gesù replica che Dio non si adora su un monte, ma nello Spirito Santo e nella verità. Dio abita nel cuore di ciascuno di noi più che in una chiesa, un santuario, un monte, un tempio. Dio è anzitutto nel cuore della persona: quello è il luogo in cui abita, e va adorato. Di fronte a queste parole, fa un altro passo verso la rivelazione e osa confessare che lui è il Messia profetico che attendono ed è in questo momento che Gesù le dice ‘Ego eimi’ = “Io sono” (il nome di Dio) che ti parla. Rivelazione completata. La donna si è svelata nella sua miseria, Gesù si svela nella sua verità di Messia, di Cristo, inviato da Dio. Qui c’è la rivelazione più piena di se stesso e Gesù la dà a questa donna samaritana, eretica. Ecco, Gesù è il settimo sposo, la sua vera e definitiva relazione sponsale, il marito vero che riuscirebbe a colmare tutti i suoi vuoti. Ora la donna è chiamata a passare dalla religione alla fede. Era una donna emarginata che, secondo la legge, non contava nulla; Gesù, in questo incontro, ha mutato le cose. Le ridà dignità, chiamandola donna, appellativo dato a sua madre. E in quel momento arrivano i discepoli e si meravigliano che lui parlasse con una donna. Ma quest’incontro umanissimo con Gesù ha trasformato la donna in una creatura nuova, rendendola testimone ed evangelizzatrice. Come? “Lasciata la sua anfora” (come i discepoli: lasciate le loro reti), corre a testimoniare quanto le era accaduto. Gesù non impone niente a quanti l’ascoltano, ma lascia che sia una scelta nella libertà. Dall’ascolto di Gesù è nata in lei la fede e dall’ascolto di lei è nata la fede della sua gente. Donna che crea un movimento, una dinamica, prima apostola e poi missionaria. E nel farsi missionaria lo fa in modo furbo: siccome le donne non sono credute di solito, desta in loro curiosità, parlando di un uomo che sapeva tutto di lei, così molti vanno e credono per la parola della donna; ma poi molti di più crederanno perché ascolteranno la parola di Gesù arrivando a dire: ‘è il salvatore del mondo’. Bello vedere che nel IV Vangelo la grande confessione di fede è fatta dalla samaritana. Giovanni conclude il brano, con il dialogo con i discepoli, il più difficile di tutto il capitolo.
I discepoli hanno bisogno di essere accompagnati a uno sguardo “più alto”, uno sguardo che sa vedere i doni di Dio, per coglierli e gioirne assieme a Dio stesso. Gesù è nella gioia, ma vuole che anche i suoi discepoli partecipino a questa gioia. Egli non dice loro “io vi ho mandato a arare, a seminare, a coltivare… ma a mietere”. La mietitura è il momento del risultato, del raccolto, della gioia, il momento di riconoscere i doni che sono maturati, e che attendono di essere riconosciuti, valorizzati. Per questo, anche se si tratta di “subentrare in una fatica”, il primo invito non è “rimboccatevi le maniche”, ma “alzate i vostri occhi e guardate” … sappiate vedere il bene che c’è. E ce n’è tanto!
Qui vi è ritratto un Dio che chiede amore non ai santi ma agli scapestrati, ai “peccatori incalliti”, un Dio così innamorato che ha camminato tanto per riprendersi la sua sposa, un Dio che va sempre incontro all’uomo. Giovanni ci mostra un Gesù molto più attento ai contatti personali che ai bagni di folla.