Meditiamo sulla Parola – V Domenica di Pasqua anno A

Gv 14,1-12

Questo brano si pone all’interno del discorso di addio che Gesù pronuncia per i suoi discepoli durante l’ultima cena. Nei discorsi di addio presenti nell’AT il morente si congeda dai suoi famigliari o addirittura dal popolo intero, ricorda loro quale condotta debbano tenere (di essere fedeli alla Legge), talvolta affida loro una particolare missione. Si tratta comunque di un discorso orientato al futuro. Prendendo questo modello letterario Gv può parlare del futuro. Dopo la risurrezione di Gesù tutti coloro che credono in lui potranno come lui entrare in intimità con il Padre e continuare la sua missione nel mondo. Perciò il discorso di addio diventa un discorso di “arrivederci”. Due testi biblici fanno da sfondo a questo discorso di addio: il libro del Deuteronomio, il discorso di addio pronunciato da Mosè prima della sua morte, e il salmo 42-43, che parla di turbamento e di lontananza, di desiderio di rimanere in comunione con Dio: “Perché ti rattristi, anima mia, perché su di me gemi? Spera in Dio: ancora potrò lodarlo, lui, salvezza del mio volto e mio Dio”. Il testo è articolato in tre momenti:

1) Le dimore nella casa del Padre (vv.1-4); In Gv 13 Gesù ha concluso l’insegnamento sulla lavanda dei piedi con il comandamento nuovo, il comandamento dell’amore; ora esorta i discepoli ad avere fiducia in Dio ed in lui: credere in Gesù è credere in Colui che l’ha mandato (Gv 12,44). Con tale fede supereranno i momenti di sconforto alla “partenza” di Gesù che non sarà separazione, ma un andare di Gesù a preparare una stabile dimora. Gesù morendo offre ai discepoli la possibilità di una comunione di vita con il Padre: “un luogo dove dimorare”, assai caro a Gv, che nel Prologo indica la dimora di Dio tra gli uomini nella carne mortale di Gesù: “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” Gv 1,14 e introduce l’incontro con i primi discepoli: “maestro, dove abiti?” Gv 1,38. La partenza di Gesù è preparazione e attuazione di una comunione di vita ancora più profonda: sarà come un abitare in Dio stesso. Il fatto che nella casa del Padre vi siano molti posti vuol dire esattamente che c’è posto per tutti e che tutti possono trovare un senso alla loro vita attraverso questo amore divino manifestato nella “partenza di Gesù”: un andare a preparare una stabile dimora, nella quale possa vivere definitivamente con i suoi discepoli. Gesù dimora presso Dio ed è in questa dimora presso Dio (non nel Tempio) che il discepolo potrà vivere definitivamente: Gesù offre ai discepoli la possibilità di diventare figli di Dio.

2) Gesù, via verità e vita (vv.5-7); All’affermazione di Gesù che i discepoli conoscono la “Via” che egli sta percorrendo, Tommaso interviene secondo la logica umana, che non è possibile conoscere la strada se non si conosce la destinazione. All’obiezione di Tommaso fa seguito l’autorivelazione di Gesù che si proclama Via, Verità e Vita. “Via” non uno spostamento di luogo, ma un modo di entrare in intimità con il Padre. Gesù si definisce “Verità” perché è rivelazione del Padre agli uomini: è da sempre presso il Padre ed è il Verbo eterno di Dio (nel Prologo il Verbo fatto carne è detto “unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità” Gv 1,14). Gesù si definisce anche la “Vita”; perché ci comunica la vita piena che è in Dio e attraverso di lui possiamo giungere alla vita eterna. La missione di Gesù consiste nel dare all’uomo una vita sovrabbondante, definitiva, divina, perché derivante dalla comunione con lui che è il Figlio. Gv sottolinea che Gesù è l’unica Via al Padre: “Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”. Gesù è la verità perché lui è il Figlio e vive da Figlio e muore da Figlio e manifestandoci questo ci manifesta il Padre: “Chi ha visto me ha visto il Padre”.

3) Gesù e la visione del Padre (vv.8-12); Gesù risponde ricordando che Egli è l’immagine perfetta del Padre e che attraverso la sua persona, l’uomo potrà accedere ad una conoscenza della vita stessa di Dio. La presenza del Padre in Gesù è una presenza non statica, ma dinamica e si manifesterà nelle opere di Gesù, nei suoi segni e soprattutto nell’opera perfetta del mistero pasquale. La comunità che avrà fede in lui potrà compiere le stesse opere di Gesù; anzi aggiunge che “chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre”. Le sue opere di amore sono solo il principio di un mare di opere di amore reso possibile dalla sua morte per noi (“vado al Padre”). Quello che il Padre ha realizzato in Gesù, continua, per mezzo di Gesù, a realizzarlo nella Chiesa. Riprendendo l’appello a credere, Gesù inizia a rivelare ai discepoli quale sarà la loro nuova esistenza. Ritornato presso il Padre Gesù proseguirà la sua opera attraverso i credenti. Nonostante o piuttosto a causa della sua partenza, i discepoli eserciteranno un’attività che Gesù non esita ad identificare con la propria. Egli stesso sarà il vero autore delle opere che essi compiranno. Il credente farà non le opere che ha fatto Gesù, ma quelle che Gesù sta per fare e che farà: il Glorificato continua ad agire presso il Padre a favore del mondo. La sua missione, ormai compiuta, porterà tutto il suo frutto nel tempo e nello spazio attraverso l’agire dei credenti. Come l’agire del Padre passava in quello di Gesù di Nazaret, così l’agire del Figlio passa nel fare dei discepoli. Per questo è richiesto preventivamente un legame tra i discepoli e lui: “la fede”. Cosa sono queste opere che anche i discepoli compiranno? Non si tratta tanto dei miracoli, bensì del significato che essi portavano: per Giovanni i miracoli di Gesù sono “segni. Ma cosa portano questi segni? Il dono della vita eterna, manifestano la salvezza, portano i testimoni a riconoscerla presente. Sono queste le opere ancora più grandi che i discepoli compiranno davanti a tutto il mondo. Gesù, oltre a garantire loro il ritorno, il ricongiungimento, ha lasciato una specie di squarcio luminoso attraverso il quale potranno sempre scorgere, dalla dimora terrestre, il “luogo” dove è Gesù e dove anche loro perverranno: “la bellezza”; questa feritoia che dà sull’invisibile.

Dostoievski affermava: “La bellezza salverà il mondo”. Traendo il mondo dal nulla, il Creatore, quale divino Artista, compone la propria “Sinfonia in sei giorni”. E al termine di ognuna delle sue opere, “vide che era bello”. Il termine ebraico impiegato significa “bello” e “buono” insieme. Dio non si è limitato a farsi sentire, si è fatto vedere. In Gesù Cristo, si è fatto “volto” – il fondamento dell’arte orientale dell’icona, che “permette di conoscere Dio attraverso la bellezza”. “Il bello è lo splendore del vero” Platone. Nella visione biblica, il vero e il bello, in simbiosi vivente fanno scaturire la bellezza. Verità, bontà e bellezza si integrano a vicenda. Non chiudiamo quella feritoia. Privi di quello “squarcio” sull’altro mondo, non riusciremmo più a orientarci in questo mondo, che ci diventerebbe ostile, insopportabile. È tempo di credere, non di cedere.

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