Mediatiamo sulla Parola – Domenica di Pentecoste anno A
Gv 20,19-23
Pentecoste vuol dire 50 giorni dopo la Pasqua.
La Pentecoste è il compimento della Pasqua, è l’ultima manifestazione di Dio, perché oltre ad averci dato il suo Spirito, non ha più altro da dare. Lo sperimentiamo durante la Liturgia domenicale quando, durante la Preghiera Eucaristica, si invoca lo Spirito Santo.
La ragione per cui andiamo in Chiesa, è una continuità dell’invocazione allo Spirito. Si prega lo Spirito perché trasfiguri il pane e il vino nel corpo e nel sangue di Cristo. Dopo la Consacrazione si chiede: “Ti preghiamo umilmente, lo Spirito ci riunisca in un solo corpo; manda il Tuo Spirito a santificare i doni che ti offriamo”. E dopo: “A noi che ci nutriamo del corpo e sangue del Tuo Figlio, dona la pienezza dello Spirito, perché diventiamo in Cristo, un solo corpo e un solo spirito”.
È proprio in virtù di questa invocazione allo Spirito che prende corpo la realtà cristiana e che Cristo continua a realizzarsi nel tempo e nello spazio. Ecco perché la Pentecoste è la festa decisiva. È il travaso di Dio nell’animo di ciascuno di noi e, infatti, noi siamo il tempio dello Spirito. Come ciascuno di noi ha il suo volto, la sua personalità, il suo ruolo da compiere sulla terra, così ad ognuno è stata data una manifestazione particolare dello Spirito, per l’utilità comune.
Dovremmo ricordarci sempre di invocare lo Spirito. È in virtù dello Spirito che diventiamo Imago Dei, è un atteggiamento mentale che precede ogni azione. Se ci abbandonassimo allo Spirito, saremmo una perenne novità di vita. È così che la Pentecoste continua in tutta la nostra esistenza. È una continua creazione. È lo Spirito che fluttua sulla creazione, che feconda il grembo di una Vergine ed è lo Spirito che deve discendere su una Chiesa perché nasca una nuova umanità.
Lo Spirito è movimento e, a Pentecoste, si celebra una Chiesa che non sta al proprio posto. Neppure Cristo è rimasto al proprio posto: la sua missione ha visto l’abbandono dell’isolamento celeste. Lo Spirito ci chiama a non essere sedentari, a metterci sulla strada con impegno duro e scomodo, con tutti i suoi pericoli. Ci chiama a rispettare le ricchezze delle diversità, ci invita alle relazioni.
In questi versi di Giovanni, invece, vediamo i discepoli che sono chiusi dentro per paura dei Giudei. Al momento dell’arresto sono fuggiti, oppressi dal terrore di essere accusati e imprigionati come il loro maestro. Ma come, la comunità di Gesù scappa e ha paura? Ebbene, sì, sono uomini e donne che non hanno avuto quel coraggio che viene dalla fede in colui che avevano seguito, ma senza capirlo. Non c’è relazione tra loro e il resto del popolo, c’è frattura tra di loro perché uno ha tradito, anzi si sentono tutti traditori, c’è frattura tra loro e Gesù.
Giovanni dice che quel luogo è sbarrato, ma Gesù entra a porte chiuse. Non ha paura delle nostre chiusure, del cuore che si difende e non vuole avere a che fare con nessuno. È un Gesù che annulla le distanze; non c’è paura che tenga, dove ci sono i discepoli, lì c’è anche Gesù.
Il Vangelo ci dice che è sera, non c’è luce fuori, ma c’è luce nel luogo dove Gesù appare. Gesù è luce che splende nelle tenebre, quella stessa luce di cui parla Giovanni nei primi capitoli, quando presenta Gesù come luce del mondo. Le prime parole sono: “Pace a voi”, ossia Shalom. La pace che porta Gesù crea una nuova situazione che deve dare coraggio ai discepoli di uscire da quel cenacolo. La pace di Gesù è in funzione della loro missione. Gli uomini della Pentecoste sono degli “appassionati“ e diventano pericolosi, incontrollabili, perché bruciano di passione, sono degli innamorati. Lo Spirito Santo, ossia il contagio del fuoco; la Pentecoste, ossia “vietato spegnere l’incendio”. Dopo che i discepoli hanno manifestato la loro gioia nel vederlo, Gesù ripete “Pace a voi” e poi aggiunge la funzione della loro missione: “Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”.
Tra Gesù e i suoi discepoli ora c’è una relazione che nasce dalla potenza della Risurrezione e che mette i discepoli in una condizione nuova, una vita nuova. C’è un’analogia stretta tra ciò che Gesù ha compiuto per il Padre e la sua missione e quella dei discepoli. I discepoli sono chiamati a continuare la missione di Gesù nel mondo. Quando Gesù si presenta ai discepoli, si presenta come Gesù, ma la sua presenza, il suo stato, è al di là delle capacità di comprensione dei discepoli. Cosa deve fare Gesù, allora, per farsi comprendere? Deve fare un passo in più: Dopo che Gesù dice “Shalom”, mostra loro le mani e il costato che rappresentano quella relazione interrotta, i segni della morte. Sono i segni particolari della sua carta di identità: sono i segni della passione, i segni della Pasqua.
Noi non sappiamo nulla del Gesù fisico, ma conosciamo il segno fisico di Gesù: le mani e il costato. Ma proprio i segni della morte, di cui i discepoli sono terrorizzati, perché richiamano quella relazione persa, proprio lì si rinnova la creazione. Soffia su di loro, alita sui discepoli. Il soffio ci richiama alla Genesi. È lo stesso Spirito di Dio che alita su Adamo e diventa una persona vivente. Nel momento in cui l’uomo viene creato, il Nefesh di Dio, lo Spirito, l’alito di Dio entra in questo pupazzo di fango e Adamah (la terra) diventa Adam, diventa l’uomo vivente. È la creazione per eccellenza. Il soffio è anche quando Dio ha soffiato tutta la notte sulle acque del Mar Rosso per permettere al popolo di uscire dalla schiavitù. È il soffio della liberazione, della Pasqua ebraica, dunque il compimento della Pasqua. Quindi, questo gesto del soffio che è lo Spirito Santo, è compimento della creazione, compimento della salvezza, guarigione profonda, perdono dei peccati.
Dice Gesù: “Ricevete lo Spirito Santo”. Quella realtà grezza che erano i discepoli, quei pupazzi di fango, diventano nuove creature, non nel senso che vengono ricreati da zero, ma sono messi in una condizione diversa superiore alla precedente. In pochi versi abbiamo la Pasqua, l’Ascensione e la Pentecoste. Giovanni condensa tutto questo, perché vuole che tutti questi significati trasformino la vita dei discepoli, perché vengano proiettati verso la nuova realtà della missione. L’apparizione porta il dono di se stesso. I discepoli ricevono il dono della vita stessa di Cristo: quello Spirito che ha risuscitato Cristo dalla morte, è lo Spirito che dà vita alla Chiesa e quindi unisce strettamente il destino di Gesù al destino dei suoi discepoli.
Collegato al dono dello Spirito, c’è il dono del perdono. “A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Gesù non sta dicendo ai suoi discepoli che hanno l’arbitrio di perdonare o non perdonare, al contrario, esprime che il loro compito è rimettere i peccati, è annunciare il perdono, così come ha fatto Gesù. Dovunque giungano, devono far regnare la misericordia di Dio, l’amore reciproco, devono sciogliere dalla colpa. Sono abilitati ad assolvere dai peccati i loro fratelli.
Anche noi, come i discepoli, siamo invitati e inviati a perdonare, ossia a recuperare le relazioni interrotte, coprire le distanze. È creazione delle creazioni, è vera Risurrezione nella nostra vita. Solo così, la Risurrezione non riguarda solo Cristo, ma ognuno di noi ogni volta che attuiamo quella creazione nuova, quella Pasqua nuova, ogni volta che annulliamo le distanze e ristabiliamo le relazioni.