Meditiamo sulla Parola – Corpus Domini – anno A
Gv 6,51-58
La solennità del Corpus Domini nacque nel 1247 nella diocesi di Liegi, in Belgio, per celebrare la reale presenza di Cristo, l’introduzione di questa festività nel calendario cristiano si deve principalmente a una donna, Giuliana di Cornillon, una monaca agostiniana vissuta nella prima metà del tredicesimo secolo. Da giovane avrebbe avuto una visione della Chiesa con le sembianze di una luna piena con una macchia scura, a indicare la mancanza di una festività, ma il progetto si realizzò solo alcuni decine di anni dopo la morte di Giuliana, nel 1264 papa Urbano IV, dopo aver riconosciuto il miracolo eucaristico di Bolsena, fece promulgare la bolla “Transiturus de hoc mundo” con la quale istituì la solennità come festa di precetto e la estese alla Chiesa universale, fissandola al giovedì dopo l’ottava della Pentecoste.
Nella seconda lettura della liturgia di questa domenica, Paolo, primo sistematore ed organizzatore della dottrina cristiana, che naturalmente scrive dopo gli eventi pasquali, rielabora e approfondisce il significato letterale del brano di Giovanni e lo allarga ad interpretazioni teologiche che devono essere necessariamente ecumeniche, ma queste, dopo 2000 anni, sono ancora largamente disattese nella realtà :dovremmo ricordare con dispiacere e un po’ di vergogna che non abbiamo un unico pane da dividere con protestanti ed ortodossi, non siamo ancora un solo gregge e, quel che è più grave, siamo divisi anche all’interno dello stesso mondo cattolico. Tutto ciò disattende il comandamento di Gesù: Ut unum sint, con una sola mensa e un solo pane. Il Corpo di Cristo dovrebbe invece essere un grosso collante fra i credenti, dovrebbe essere per tutti, meglio, non dovrebbe escludere nessuno.
La pagina del vangelo che ascolteremo si trova al cap. 6 poco prima della Pasqua ebraica, capitolo ricchissimo di situazioni fondamentali nella predicazione di Gesù: la moltiplicazione dei pani d’orzo e dei pesci, cui segue il ritirarsi del Messia sul monte per sfuggire alla folla che lo voleva far re, la tempesta sul lago, il ricordo del dono della manna, le ironiche e irose parole dei Giudei sulla provenienza di Gesù, la ripetizione al versetto 48 delle parole “Io sono il pane…” e poco dopo inizia il nostro brano che ha per fondale la sinagoga di Cafarnao.
Si legge in questa pagina più volte il verbo “mangiare” è necessario sapere che il greco utilizza due verbi differenti: uno vuol dire semplicemente mangiare, l’altro è molto più “fisico” vuol dire masticare, rosicchiare, in base all’utilizzo dell’una o dell’altra forma cambia il tono e il “colore” dell’espressione usata.
Gesù comincia col dire “è disceso”, si riferisce all’inizio della sua presenza nella storia del mondo, aprendo un periodo che si concluderà solamente al momento della sua morte, cioè sta dicendo che lui, espressione del Padre, è entrato nella storia, quindi non più un Dio lontano, ma presente per tutti, fisicamente vicino. Questa è la prima pietra di inciampo (scandalo) per i Giudei i quali hanno di Dio l’idea che sia il totalmente altro, il tre volte santo (separato) e tale debba rimanere. Gesù, invece, afferma che attraverso di lui Dio può invece essere visto, conosciuto, quasi toccato, addirittura mangiato e assimilato (fatto simile). Il secondo problema è introdurre, riferito a sè stesso, il concetto di carne, con questo termine un semita non intende i muscoli che ci formano, ma tutta la persona, soprattutto nei suoi aspetti fragili: cioè l’uomo è carne perché è creatura debole, vulnerabile, destinata alla morte. I Giudei presenti sono, probabilmente, un gruppo non omogeneo con appartenenti a correnti differenti,(lo si capisce dal fatto che reagiscono fra loro in maniera violenta tanto che l’evangelista usa un verbo forte che rimanda ai combattenti in una lotta corpo a corpo), non c’è accordo fra loro sul come giudicarlo, tutti però restano molto perplessi, perché questo giovane rabbi dice di essere il pane e questo forse potevano ancora accettarlo perché è il cibo per antonomasia, ma la “carne” è troppo, è proprio la realtà umana corporea che Gesù sostiene debba essere mangiata, interiorizzata.
E nel prosieguo, non facilita le cose, propone un’immagine che radicalizza la discussione e sembra allontanarli sempre di più, ma la verità non può essere accomodante perché se c’è da parlare, da spiegare chi Lui è allora bisogna rifarsi alla sua intera realtà umana, deve per forza parlare di ciò che lo costituisce come uomo, carne e sangue, quello stesso sangue che, fra non molto tempo, saranno gli stessi Giudei a spargere, rendendolo drammaticamente evidente sul corpo del condannato Gesù. Il sangue è per i Giudei sede dell’anima, non può essere in alcun modo mescolato, tanto meno bevuto, chi ascolta comprende bene: qui si parla di versarlo questo sangue, si parla di morte da subire, si tratta di accettare un Messia, l’Unto del Signore che parla della sua morte, il programma di vita proposto è duro, e molto esigente nella pratica, ma viene data come unica e assoluta condizione per avere la vita piena e perfetta Il versetto 55 è brevissimo ha funzione esplicativa si apre con un “Perché” che illustra la vera duplice essenza dell’Eucarestia: da una parte nuova manna portatrice di forza, di vita e di Spirito, dall’altra identificazione completa con Gesù che guida tutti, tutti quelli che vogliono essere cristiani, cioè suoi imitatori a plasmare le proprie scelte e la propria vita su quelle di Lui. Anche noi, non possiamo non aderire, certo con i nostri limiti, le nostre debolezze, i nostri fallimenti, allo stesso progetto perché il vincolo di vita che esiste tra Gesù e il Padre si ripropone, con l’eucarestia, identico fra Gesù e tutti gli uomini. Infine, il cerchio si chiude e si ritorna all’immagine della manna, il cibo-dono di cui gli ebrei non sapevano assolutamente nulla, neppure il nome (Man Hu? Vuol dire: Che cos’è?). Della nuova manna, di cui si parla in questo versetto, si sa molto di più, il pane disceso dal cielo per dare la vita ha un nome e un volto, è Gesù e la vita che assicura non è la sopravvivenza biologica ma è la vita eterna.
Nella lettura di questa pagina abbiamo assistito ad un climax, siamo saliti per una scala seguendo le parole del Messia, immaginiamo i versetti come dei gradini, essi dicono:” vengo dal cielo -vi dico che sono il pane (e intanto vi ho già moltiplicato quello che vi sfama) – sono il pane dal cielo – sono il pane vivente (cioè sono donante e dono) – sono Dio – sono carne e sangue come voi – sono totalmente uomo quindi voi uomini potete partecipare con me alla conoscenza vera di Dio e tornare ad essere parte di Lui come quando siamo stati tratti dal nulla e chiamati alla vita”. Essere come Dio! Esattamente quello che, dice la Genesi, Adamo ed Eva volevano diventare, rubando questa trasformazione attraverso un frutto, invece questa trasformazione, questa identificazione va accettata come dono e desiderata con la forza vitale di ogni singola cellula del nostro corpo. Riassumendo per concludere: mangiare la carne è fare proprio lo stile della vita mortale di Gesù; bere il sangue è identificarsi tanto profondamente con Lui da desiderare di seguire il suo destino, fino alla morte ed oltre. Con questo programma, in questo scenario non c’è più posto per la Legge come intesa fino a quel momento, perché Gesù stesso diventa legge nel senso di norma di vita. Non un codice scritto, ma una persona che indica la sua vita quale esempio per tutti. Questo nuovo codice normativo non è imposto dal di fuori, ma va riscoperto nel proprio intimo, niente più regole impresse nella pietra o nelle pagine di un libro, ma una forza vitale che viene da un cuore diventato finalmente di carne. Scrive Ermes Ronchi: “Il nostro compito è non andarcene da questo mondo senza essere prima diventati un pezzo di pane buono, spezzato per la fame di qualcuno e per la pace di tutti.”