Meditiamo sulla Parola – XII domenica del tempo ordinario anno A

Mt 10.26-33

La pagina evangelica si inserisce nel discorso messianico di Gesù. Siamo al capitolo 10, che si sviluppa lungo una struttura progressiva: si parte dalle istruzioni concrete per la missione immediata (vv. 5-16), si passa all’annuncio delle persecuzioni (vv. 17-23) e si arriva, con i versetti 24-33, a una riflessione più profonda sul senso teologico della missione nel contesto della persecuzione. Non si tratta semplicemente di consigli pratici: Gesù sta rivelando ai suoi discepoli la struttura stessa del discepolato.

Il nostro testo ha una struttura tripartita, costruita intorno a tre «Non abbiate paura, non temete», che creano un ritmo quasi liturgico.

Il primo «Non temete» (vv. 26-27) esprime una motivazione escatologica: ciò che è nascosto sarà rivelato; la parola deve essere proclamata. Il testo introduce il tema dell’apocalisse, intesa qui nel suo significato etimologico originario: apo-kaluptō, togliere il velo, ri-velare. Matteo usa questi stessi termini in Mt 13,35, quando cita il Sal 78: «Aprirò la mia bocca con parabole, proclamerò cose nascoste fin dalla fondazione del mondo». L’immagine del passaggio dalle «tenebre» alla «luce», e dal sussurro «all’orecchio» alla proclamazione «sui tetti», richiama la differenza tra l’insegnamento intimo che Gesù ha dato ai Dodici e la missione pubblica che essi devono portare avanti. L’immagine del tetto richiama anche il tema profetico della proclamazione pubblica della parola di Dio: i profeti del Primo Testamento non comunicavano messaggi privati, ma proclamavano la Parola all’intera comunità.

Il secondo «Non temete [quelli che uccidono il corpo]» (v. 28) esprime una motivazione teologica: il vero timore è riservato a Dio solo. Si introduce una gerarchia dei timori. C’è una paura legittima e una paura che costituisce un’idolatria. La distinzione tra corpo e anima è sorprendente in Matteo, che di norma ragiona con categorie ebraiche, in cui tale distinzione non sussiste. Non è un caso che Luca eviti questa dicotomia (Lc 12,4: “Ma a voi, che siete miei amici, io dico: non temete quelli che uccidono il corpo, ma che oltre a questo non possono fare di più”). L’espressione “uccidere l’anima” va, quindi, intesa come esclusione dalla vita eterna, alla quale anche il corpo prenderà parte. Il timore di cui si parla va interpretato come una consapevolezza: l’unica cosa che conta, l’unica paura che non è idolatria, è quella di perdere la propria identità profonda, la propria relazione con Dio. Chi si lascia dominare dalla paura degli uomini, al punto da rinnegare la propria fede, ha già perso qualcosa di più prezioso della vita biologica.

Il terzo «Non abbiate dunque paura» (vv. 29-31) esprime una motivazione paterna: la provvidenza del Padre si estende fino ai passeri e ai capelli del capo. La traduzione italiana («senza il volere del Padre vostro») rischia di tradire il significato del versetto 29. In verità, il testo greco dice letteralmente: «neppure uno di essi cadrà a terra senza (il) Padre vostro», il che significa che neppure quando cade è abbandonato dal Padre. L’immagine dei passeri e dei capelli contati dice qualcosa di molto preciso: Dio conosce la mia storia nei minimi dettagli, mi conosce nella mia singolarità irriducibile (cfr. Salmo 139).

A questa triplice esortazione segue (vv. 32-33) la conseguenza cristologica: il riconoscere o rinnegare Gesù davanti agli uomini.

Julius Schniewind osserva che questa struttura rispecchia un vero itinerario spirituale. Si va dalla paura concreta delle persecuzioni (primo «non temere»), attraverso la corretta gerarchia dei timori (secondo «non temere»), fino alla fiducia filiale nel Padre provvidente (terzo «non temere»). È un cammino di liberazione dalla paura che culmina in una relazione di totale fiducia in Dio. Non ci viene chiesto di essere eroi o martiri. Il brano evangelico è, piuttosto, un invito alla semplicità del discepolato. Le nostre scelte di fede – o di vigliaccheria – non sono azioni che si esauriscono nel momento, ma hanno un peso eterno. Ogni volta che restiamo in silenzio di fronte a un’ingiustizia per non creare imbarazzo, ogni volta che non diciamo ciò che pensiamo per paura di non essere approvati, ogni volta che conformiamo la nostra vita ai valori dominanti, dimenticando il Vangelo – in quel momento c’è un piccolo rinnegamento.

Il tema teologico centrale di questo brano è la paura e la sua opposizione, la fede.

La paura è la prima emozione dell’uomo registrata nella Bibbia. Adamo, dopo avere mangiato dell’albero, si nasconde; quando Dio lo chiama, risponde: “Ho udito la tua voce nel giardino e ho avuto paura” (Gn 3:10). Quindi, l’uomo creato per la comunione con Dio, dopo aver peccato, sperimenta la paura, che ha il potere di bloccare ogni iniziativa e di svuotare qualsiasi desiderio, ostacolando ogni forma di novità e rendendo impossibile una vita piena. La paura non è semplicemente un sentimento: è una disposizione spirituale che, se non affrontata, corrode la fede dall’interno. Lo stesso Gesù ha fatto l’esperienza della paura nel giardino degli Ulivi, quando è stato assalito dalla tristezza e dall’angoscia. Ma ha saputo redimere anche questo aspetto della condizione umana.

La fede cristiana non è assenza di paura, ma è il coraggio che nasce dal sapere di non essere soli. Non è un ottimismo ingenuo («andrà tutto bene»), ma una fiducia radicata nella fedeltà di Dio che accompagna anche nelle cadute.

Il ritornello “non temete” che si ripete tre volte (richiamando il “non preoccupatevi” di Mt 6,25.27.28.31) ci comunica che noi non siamo in preda alla paura. La paura può essere il punto di partenza, ma non il punto di arrivo, altrimenti rinunciamo a priori a qualunque cammino Gesù, con la sua vita, ci ha narrato la sua fiducia nel Padre; è venuto a trasmetterla a noi, a comunicarcela per liberarci dalla paura della morte.

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