Meditiamo sulla Parola – XVIII domenica tempo ordinario anno A

Mt 14, 13-21

Il brano del vangelo della liturgia della XVIII domenica del tempo ordinario si apre su un momento difficile per Gesù, vero Dio, ma anche vero uomo; infatti, nei versetti precedenti del capitolo 14 si legge che Giovanni il Battista è stato ucciso.

Colui che era stato il primo a esultare, con una danza vivace  nel grembo materno, per la presenza di Dio in terra, che era stato la voce più fedele di Dio prima del Messia, l’amico dello sposo pronto a gioire per lui e a farsi da parte, che aveva ammonito l’umanità perché i tempi erano compiuti e occorreva seriamente cambiare atteggiamento, colui che prima di Gesù, da buon profeta, aveva gridato la Verità in faccia al mondo, segnando il proprio destino, colui che aveva versato l’acqua del perdono e della remissione sul capo dell’unico senza colpa e aveva assistito alla nuova, gloriosa teofania, costui non era più.

Giovanni, come tutti, era passato attraverso l’esperienza, terribile e indispensabile, della morte per un capriccio di donna e la vigliaccheria di un re, così Gesù aveva perso quello che giudicava il più grande fra i nati di donna (Mt 11,11), aveva bisogno di un attimo di solitudine e di silenzio per elaborare, come tutti, un lutto molto doloroso.

Dura poco! Lo cercano e lo trovano, più del dolore personale urge la viscerale compassione per l’uomo, il testo greco dice: “si mossero le sue viscere per loro”; a tale proposito, scrive Costanza Miriana, già vaticanista del TG3: “Il verbo greco è l’equivalente dell’ebraico raham che è il movimento uterino generato dalle emozioni della madre verso il figlio non ancora nato o già nato”. Il terremoto interiore di Gesù è, per l’umanità ammalata e segnata dal dolore, un impulso irresistibile a riparare i corpi, le menti e le anime di cui avverte la sofferenza, in un donarsi assoluto che è la cifra distintiva del suo stare fra gli uomini per spiegare loro Dio, aiutarli a comprenderne il pensiero, la visione, il Progetto, per riportarli in un Eden di un amore assoluto e fiducioso col Creatore e con i fratelli.

Gli uomini! Fatti anche di corpi con bisogni, limiti, fragilità e istinti, con priorità impellenti che non possono essere rimandate, con necessità vitali come l’aria, l’acqua e il cibo. Gesù lo capisce e lo capiscono anche i suoi discepoli: bisogna accudirli, servirli, aiutarli, era venuto per le loro anime e si trova a occuparsi del loro stomaco e della loro fame terribile, perché è chiaro che solo dopo aver silenziato questi vuoti potrà parlare loro di Altro.

Certo, il modo in cui lo fa è particolare, a una prima occhiata quasi spettacolare. Invece c’è di più anche in questo segno straordinario, in questo miracoloso picnic a base di pane e di pesce approntato in fretta e fra lo stupore dei suoi stessi amici, che peraltro proponevano soluzioni meno significative e più sbrigative (“congedali, perciò, in modo che… possano comprarsi da mangiare”- Marco 6,36), perché, a ben vedere, nella sera di una giornata come tante questa azione di cura per chi lo aveva seguito rappresenta il ricordo perfetto, più tardi compreso “del banchetto pasquale vissuto nel deserto da Israele (Es.12,13) e del banchetto messianico profetizzato da Davide (2Sam.6,19)” (Enzo Bianchi).

I gesti con cui Gesù compie il suo segno sono solenni nello spezzare e nel dare, azioni che preannunciano la sua ultima cena, quella in cui a essere donato non è il pane quotidiano, pur tanto necessario, ma di cui si avverte in poco tempo di nuovo il bisogno, bensì il Pane del suo corpo che ci fa simile a lui per sempre.

Il Messia fa le cose a suo modo, sovrabbondante, esagerato, regale: chi è presente su quella spianata riceve il necessario e anche il superfluo, di cui dovrà aver ugualmente cura (“Raccogliete i pezzi avanzati, perché niente vada perduto” – Gv 6,12), perché in mezzo a loro c’è un Dio che non mette limiti all’amore e al dono, ma che vuole insegnare (cioè “segnare in”, imprimere, stampare in ognuno di noi) alcune cose fondamentali.

I cinque e pani e i due pesci, infatti, sono un dono, una piccola scorta personale di qualche prudente seguace, ma si trasformano miracolosamente, grazie a questa gratuità e condivisione, in qualcosa che basta per tutti, uomini, donne e bambini. Così il gesto diventa norma: non c’è pane e non c’è giustizia per nessuno se non ce n’è per tutti e ognuno è tenuto ad accorgersi della fame e delle mancanze del fratello, del vicino, dell’estraneo, del diverso e finanche del nemico.

Solo così il poco diventa sufficiente e straripante come la misura che ci verrà donata un giorno, nella Vita col Padre: “Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante…” (Lc.6,38).

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