Meditiamo sulla Parola – Tutti i Santi anno A

Per inquadrare la pagina evangelica di domenica 1 Novembre, cominciamo col notare che questo è il primo dei cinque lunghi discorsi sul Regno di Dio con i quali l’autore articola l’insegnamento di Gesù, seguiranno il discorso sulla missione, il discorso in parabole, il discorso sulla comunità e il discorso sui tempi ultimi.

Soffermandoci sulla struttura del brano notiamo che è strutturato in 8 beatitudini che nell’originale greco sono composte da 72 parole. Come sempre questi numeri non sono casuali: l’ottavo giorno, il primo dopo il sabato, è quello della resurrezione, mentre 72 è il numero dei discepoli inviati ad evangelizzare città/nazioni straniere/pagane. L’obiettivo è chiaro: mentre prima la Legge era un’alleanza esclusiva fra Iavhé e Israele che avrebbe dato al popolo una vita lunga e definitiva, le Beatitudini sono l’alleanza di Dio con tutta l’umanità e consentono di entrare nella Vita definitiva insieme con il Messia risorto.

In un suo articolo del 2020 Enzo Bianchi scrive che dovremmo evitare assolutamente di considerarlo un testo poetico o un manifesto morale, dovremmo invece considerare le Beatitudini come il “linguaggio della Croce (1Cor.1,18) capace di confondere ogni umana saggezza”. A ben considerare sono affermazioni proprio singolari, mai udite da nessun profeta di qualsivoglia religione rivelata e non.

Spesso nelle pagine dei vangeli troviamo alcuni elementi che sono come un indice puntato verso dei concetti che l’autore vuole sottolinearci, anche nel nostro caso, a ben vedere, ne troviamo alcune significative (come ben riportato nell’esegesi di questa pagina dal gruppo “Il Filo” di Napoli)

  • il monte, non un monte, indica uno spazio teologico, non geografico;
  • il sedersi di Gesù allude alla intronizzazione e all’autorità del Messia chiamato a sedersi alla “destra del Padre”;
  • la presenza del termine discepoli, per la prima volta in Matteo viene allargato a tutti quelli che accoglieranno Gesù e il suo messaggio non si intende più rivolto solo ai primi quattro amici o all’intero gruppo dei dodici;
  • l’espressione “avendo aperto la bocca” che ci sembra un’espressione ridondante (tutti sappiamo bene come avviene la produzione della parola), qui allude alla risposta di Gesù al tentatore nel deserto “ogni parola che esce dalla bocca di Dio” che a sua volta si richiama ad un’espressione del Siracide, riferita al Messia che deve venire, dove è detto che la Sapienza di Dio “gli farà aprire la bocca nell’assemblea”.
  • Il termine ebraico per “beati” è ASHRE’ cioè AVANTI, LARGO, ed ha un significato ulteriore, perché la beatitudine è intesa in senso dinamico cioè qualcosa che mette in movimento. Il termine d’origine ASHAR qualifica insieme il camminare e la felicità, illustra cioè la gioia dell’uomo in piedi, in contrasto con quello sdraiato come un malato o addirittura un morto. Questa parola così densa è tradotta in greco con MAKARO’I cioè beati, lieti. Comunque a chi potrebbe venire mai in mente di esortare i poveri in spirito, gli sconsolati, gli affamati e assetati di giustizia quasi fossero categorie ambite, gruppi di elezione, situazioni di preferenza?

O ancora chi poteva solo immaginare, al tempo di Gesù di incoraggiare i misericordiosi, i puri di cuore, gli operatori di pace, i perseguitati e tutti gli uomini pubblicamente insultati, derisi e maltrattati per aver dato ascolto alle parole di un oscuro Messia di Nazareth?

Eppure è quello che la Chiesa fa da più di 2000 anni, queste parole erano assurde nel paese occupato dagli invasori romani e lo sono state altrettanto nella fatica dei primi secoli della storia del cristianesimo, nel buio del medioevo, nel periodo del Rinascimento, della Riforma o dell’Illuminismo quando il Bello o la Ragione erano proposte come nuove divinità e il loro raggiungimento l’obiettivo da porsi, assurde anche adesso per molti, qui e oggi dove la perdita di senso ha reso confusa e incerta ogni scelta degli uomini.

Sono sempre suonate strane, stonate, velleitarie, irrealizzabili, tanto poco sagge da essere spesso annacquate dal cosiddetto buonsenso per farcele piacere un po’ in più e per disturbarci un po’ in meno.

Peggio ancora è andata quando sono state e sono adoperate stravolgendone il senso e facendone addirittura un’arma per tenere buoni e fuorviare proprio tutte quelle categorie di persone che il brano mette invece in fila, proponendoceli come modelli in azione, plasmati sull’Unico capace di viverle veramente fino in fondo, quell’ oscuro Messia palestinese nato sotto il dominio di imperatori che si ritenevano divinità prepotenti e violenti. Le Beatitudini sono dunque il modus operandi di Gesù, il suo modo di vivere, di pensare, di agire. Sono il suo STILE devono diventare il nostro stile.

E allora cosa dicono a noi, lontani, nel tempo e nello spazio da quel monte dove furono udite per la prima volta?

La zona che viene indicata come la più probabile localizzazione della scena del vangelo di domenica prossima, e’ poco più di una collina, di fronte ha il panorama che si apre verso il lago/mare di Galilea, la costa è dolce e sinuosa, forse Gesù mentre parlava aveva guardato proprio verso quell’acqua, un posto tranquillo dove far udire parole che ancora sembra ci raccontino di cose impossibili: un sogno? un miraggio? un’utopia?

Notiamo intanto che la sequenza di otto frasi si apre e si chiude con la promessa di ereditare il Regno, come due parentesi che racchiudono tutti gli altri comportamenti necessari ed indispensabili per esserne veramente degni.

Le parole dicono che saremo gli eredi designati, saremo saziati, troveremo misericordia, vedremo Dio, saremo chiamati suoi figli, realizzeremo il suo progetto, saremo degni di una ricompensa esagerata e grandiosa.

Attenzione, saremo o siamo già? I verbi al futuro che cosa indicano? un intervallo lunghissimo o sono la conseguenza (se fai questo accadrà per forza quest’altro) già ora e qui per un nostro comportamento rivoluzionario, ma risolutivo per la storia dell’uomo? Hanno cioè un rapporto temporale o causale con la frase principale?

Il Messia, vero Dio e vero uomo, unico ad incarnare nella totalità le condizioni delle beatitudini ci dice che per essere degni di questa investitura, del diritto ad essere incoraggiati ad andare avanti (ASHRE’) dobbiamo solo comprendere che si è poveri di spirito (il primo e principale dei modelli proposti)

  • se si è liberi nel cuore tanto da riuscire ad accettare la realtà, ma col desiderio di cambiarla in meglio;
  • se si è capaci di versare lacrime per sé e per gli altri che sono lontani dal bene assoluto che è Dio;
  • se si è miti al punto da essere non solo non violenti nel proprio cuore, ma nelle azioni, sempre, pubbliche e private, nel profondo del proprio animo;
  • se si desidera veramente che i rapporti con gli altri siano retti “da giustizia e verità” (Enzo Bianchi);
  • se avremo un cuore così grande da dimenticare il male ricevuto da chiunque;
  • se avremo voglia di agire perché la pace sia una realtà già nel nostro “piccolo mondo”, abbassando i toni, accettando di tacere, rinunciando alla replica, e, cosa difficilissima, dimenticando i torti subiti, ricordando gli innumerevoli torti compiuti;
  • se accetteremo che la fedeltà alla Parola di Dio, allo stile di vita di Gesù, ci costi ogni giorno un po’ del nostro orgoglio.

Difficile? Certo, ma non totalmente impossibile. La realizzazione di questi nostri intenti è da misurare, con pazienza e generosità, sulle nostre forze, sui nostri talenti, accettando e perdonando le nostre cadute e i nostri limiti con tutta la pietà di cui siamo capaci. Tutte cose da fare qui ed ora, che avranno conseguenze qui ed ora. Non dobbiamo aspettare l’aldilà per ricevere il premio, questo mondo, il nostro oggi, sono le nostre uniche possibilità di agire, di contribuire alla realizzazione del progetto divino, quello che possiamo aspettarci “IN PIU” è racchiuso nel verbo dell’ultima frase: KA’IRETE rallegratevi, usata da Matteo e anche da Luca nel primo incontro del Risorto con Maria di Magdala e l’altra Maria, alla tomba, la mattina di Pasqua.

Quindi dopo aver operato secondo giustizia, che nel linguaggio biblico significa fedeltà reciproca fra Creatore e creatura, adeguandoci allo stile di Gesù che, in estrema sintesi, è l’uomo descritto dalle Beatitudini, ciò che possiamo, dobbiamo aspettarci in più di là è l’esperienza assoluta di Dio che, come dice bene Giovanni nella seconda lettura, riconosceremo finalmente come sorgente, fonte e fine della nostra eterna GIOIA.

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